La notizia è di pochi giorni fa e ha fatto rapidamente breccia tra appassionati e non, trovando in linea generale un’accoglienza positiva: la commissione preposta dall’ANICA ha stabilito che sarà Dogman di Matteo Garrone il film italiano candidato per gli Oscar 2019 per la categoria di miglior film straniero. Dogman, di cui su Artwave abbiamo già avuto modo di parlare, è riuscito a far convergere le opinioni dei diversi membri della commissione giudicante (tra i quali si ricordano quest’anno, tra gli altri, il direttore della cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli ed Enrico Vanzina) dopo aver già fatto incetta di premi ai Nastri d’Argento e aver ben figurato a Cannes, dove la maggior gloria è andata al protagonista Marcello Fonte, premiato con il riconoscimento come miglior attore.

Marcello Fonte. Fonte: everyeye

Se Dogman si avvia alla trafila che lo porterà ad essere, ci auguriamo, selezionato prima per la short-list di nove titoli e successivamente per la rosa finale di candidati alla vittoria finale, noi di Artwave vogliamo invece guardarci indietro ripercorrendo la storia recente delle altre pellicole che, dalla vittoria de La grande bellezza in poi, sono state scelte con esiti infausti come portabandiera del nostro cinema nella manifestazione più iconica del cinema contemporaneo, quella degli Academy Awards.

Se infatti è vero che il riconoscimento del 2014 al film di Paolo Sorrentino ha riportato il cinema italiano alla ribalta internazionale quindici anni dopo il trionfo de La vita è bella, è altrettanto vero che, da allora in avanti, i tentativi di far di nuovo breccia nel cuore dell’Academy non si sono rivelati altrettanto fortunati. Il bilancio è, a dire il vero, abbastanza impietoso: è infatti proprio dal successo de La grande bellezza che nessun film italiano è più riuscito a superare neppure la prima scrematura di selezione, in una corsa all’Oscar che anno dopo anno pare farsi sempre più complicata per i rappresentanti del belpaese.

Colpa di una selezione italiana non sempre adeguata o di un’Academy fin troppo impietosa con le nostre proposte? Per tentare di rispondere a questa spinosa domanda, ricapitoliamo i lavori che, pur non trovando un consenso al di là dell’Atlantico, sono stati eletti come i migliori prodotti del cinema italiano dal 2015 fino ad oggi.

2015 – Il capitale umano – Paolo Virzì

fonte: Wired

Lo scomodo compito di succedere al trionfo de La grande bellezza è toccato a Paolo Virzì e al suo Capitale umano. Liberamente ispirato all’omonimo libro di Stephen Amidon, l’opera di Virzì è un adattamento in chiave brianzola della riflessione messa nero su bianco da Amidon: un’improvvisa destrutturazione dei ruoli precostruiti a immagine e somiglianza di quella società in cui ogni umano deve, per inerzia o per necessità, interpretare un ruolo già più o meno scritto da qualcun altro. Una trasposizione, quella di Virzì, che affascina per gli intenti, ma che non convince fino in fondo nella sua realizzazione: anche a causa di una declinazione “provinciale” della storia che, anziché ampliarne gli orizzonti di riflessione, pare quasi limitarne la visione.

2016 – Non essere cattivo – Claudio Caligari

fonte: berlinocacioepepemagazine

La chiusura del cerchio dell’ideale trilogia di Caligari cominciata dal film cult del 1983 Amore tossico e proseguita con il meno fortunato L’odore della notte è anche il testamento finale del regista di Arona, venuto a mancare poco dopo il termine delle riprese. La versione definitiva del film si deve anche a Valerio Mastandrea, amico del regista, il quale si è preso carico di mettere mano al girato, conferendo al film la forma finale che ha poi visto l’uscita in sala. Il film, che Caligari immaginava anche come una prosecuzione distorta e priva di candore di Accattone di Pierpaolo Pasolini, si è rivelato anche terreno di consacrazione per Luca Marinelli e Alessandro Borghi, protagonisti, specie da quel momento in poi, di una carriera in forte ascesa: motivi evidentemente ritenuti non sufficienti dall’Academy.

2017 – Fuocoammare – Gianfranco Rosi

fonte: mymovies

Il punto di vista delicato di Gianfranco Rosi sul sempre attuale dramma della migrazione dà vita a Fuocoammare, opera di indubbia qualità visiva ed emozionale, che pur potendosi fregiare della vittoria dell’Orso d’oro a Berlino ha invece pagato con l’Academy il suo essere un documentario a tutti gli effetti. Risultano profetiche le parole di Paolo Sorrentino, che appena dopo l’annuncio della candidatura ufficiale ebbe a dire: “Questa scelta è un inutile masochistico depotenziamento del cinema italiano, Fuocoammare può concorrere e vincere nella categoria dei documentari”. Insomma, il film giusto al posto sbagliato. Un errore formale pagato con l’inevitabile esclusione fin dalla prima short-list.

2018 – A Ciambra – Jonas Carpignano

fonte: cinematographe

A chiudere questo excursus è anche il film più recente, quell’A Ciambra, seconda fatica del regista italo-statunitense Jonas Carpignano. La storia di Pio, giovane ragazzo appartenente alla comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria. Un ragazzo costretto a diventare adulto prima del previsto, sfidante di una realtà non disposta a scendere a patti con chi si dimostra pronto ad affrontarla. La Ciambra, questo il nome della comunità, è quella realtà scomoda che a molti conviene continuare a nascondere sotto al tappeto, dissimulandone l’esistenza. Carpignano prova ad invertire la tendenza scoperchiandone con coraggio e fare chirurgico le nefandezze e le speranze che attanagliano i luoghi della Ciambra e le anime che la popolano. Un’operazione di chirurgia emozionale che meritava di essere conosciuta da una fetta di pubblico ancora più ampia. Peccato che la giuria dell’Academy non sia stata dello stesso parere.

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