Il Nordic Film Festival, che si è tenuto alla Casa del Cinema di Roma dal 2 al 5 maggio, è stato un’occasione per dare una sbirciata alla cinematografia dei paesi europei nordici, tra cortometraggi, documentari e film di finzione. Qui vi parliamo dei primi due film che hanno aperto l’evento.

Every other couple: la separazione come forma di dolore, e di libertà

Every other couple è un documentario finlandese di Mia Halme. In Finlandia vi è un altissimo tasso di divorzi, tanto che un matrimonio su due finisce male. Come spiegare una tale percentuale di fallimenti coniugali, in un paese che brilla, secondo i media, per il suo benessere economico, sociale e politico? Mia Halme non ci dà la risposta, dal momento che nel suo film cerca non tanto di annodare e snodare i fili che tengono l’individuo legato alla società, piuttosto di esaminare i nodi interni alla vita privata di tre coppie separate, sondandone l’intimità dei sentimenti, delle confessioni, della quotidianità, in rapporto ad un passato da esorcizzare e di un presente ed un futuro da costruire insieme ai figli.

Alla macchina da presa la regista dà il compito di testimoniare il vissuto presente delle coppie, riprendendone la vita domestica, il lento processo di costruzione e di cambiamento. La rimemorazione del passato, con il suo portato di sofferenze in perenne latenza, è lasciata invece al commento fuori campo degli ex coniugi, che esternano le proprie emozioni mentre le immagini continuano a mostrarci il loro quotidiano. In fine, ascoltando e guardando le vicissitudini di queste persone, il loro coraggio nel fare i conti con sé stessi e la loro capacità di adattamento alle trasformazioni, non è difficile capire quanto l’elevato tasso di divorzi non sia che il prodotto di una libertà sessuale e sociale che rende possibili decisioni che in altri paesi (il nostro, per esempio) sono tutt’ora malviste. Resta però il dolore. La sofferenza della rottura. Il lascito di afflizione che i figli porteranno con sé per tutta la vita, e che diviene manifesto nelle parole e nel pianto finale di una figlia appartenente ad una coppia. Ci si chiede perché Mia Halme non abbia indugiato su quel tormento, concentrando il suo film anche sulle pene dei figli, che invece sembra trovino, purtroppo, poco spazio.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Becomng Astrid: una Astrid Lindgren trasgressiva in un film tutt’altro che ribelle

Astrid Lindgren, autrice di famose opere e inventrice del personaggio di Pippi Calzelunghe, ormai anziana, legge le lettere di ammirazione inviatele dai bambini e ascolta un audio registrato da un’intera classe di piccoli lettori. Poi il film ci trasporta agli inizi del ‘900 e ci mostra una Astrid sedicenne in chiesa, durante la messa, mentre sbuffa e si muove nervosamente. È la figlia di contadini chiusi e conservatori, legati ad assurde, ma allora normali, concezioni sulla donna, ma non privi di tenerezza e della capacità di sorridere. Sarà da questi brevi attimi di gioia che Astrid impara ad essere una ragazzina ribelle, stufa delle rigide regole, vogliosa di immaginare e vivere oltre il proprio quotidiano. Durante un lavoro come assistente, si innamora del suo capo redattore, adulto e sposato, e finisce incinta. Impossibilitata a tenere con sé il figlio, per evitare scandali, è costretta a cederlo temporaneamente ad una istitutrice. Da ora in poi la sua vita sarà una lotta continua per riavere con sé il figlio, per divenire madre.

Becoming Astrid, diretto dalla regista svedese Pernille Fischer Christensen, per le pretese e lo svolgimento narrativo sembra essere un film televisivo. Non che sia un male. La messa in scena ci regala belle costruzioni drammaturgiche – avvalorate dall’ottima interpretazione di Alba August -, i ritmi proseguono calibrati, la narrazione si rifà ai romanzi di formazione, stendendo una riflessione sulla condizione femminile nel passato. Tuttavia c’è della prevedibilità. C’è una storia ben confezionata, mai sorprendente, mai intensamente emozionante, che prosegue con il suo equilibrato mixaggio di svolte narrative e dosate passioni, adattandosi ai gusti del grande pubblico. Manca poi una vera e propria riflessione sulla passione letteraria di Astrid Lindgren, tanto che il film poteva essere la storia della lotta di qualunque donna del secolo scorso, e non avrebbe perso né di importanza, né di efficacia. Il richiamo internazionale, forse sì.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

 

La fonte delle immagini usate per l’articolo è nordicfilmfestroma.com
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