La settimana appena trascorsa è stata dedicata al grande cinema nel Principato delle Asturie, in Spagna. Si sono tenuti infatti due appuntamenti attesi dai cinefili, o più semplicemente dagli interessati alle proposte culturali di qualità.

Iniziamo quindi dal festival Montagna in Scena che arriva per la prima volta a Oviedo quest’anno, con una serata di proiezioni tenutasi lo scorso 20 novembre. Il progetto è nato sette anni fa in Francia. Si tratta di una rassegna itinerante di film di montagna, della durata di un corto, che raccontano storie di avventure e rispetto dell’ambiente. La montagna viene personificata e assume quel carattere ambivalente leopardiano che la rende benigna e maligna al tempo stesso: è infatti stupefacente ma pericolosa, accogliente e imprevedibile. E proprio con questo messaggio si è aperta la serata alla presenza di uno dei membri del team di Montagna in Scena Alix Hery, che ha ricordato quanto un’idea nata dalla passione di un gruppo di amici per la montagna, sia diventata oggi un’occasione per celebrarla in tutta Europa.

La rassegna infatti tocca 15 paesi, con proiezioni in 100 città: anche l’Italia, dallo scorso anno, è stata coinvolta nel progetto e per questa edizione sono previste tappe a Torino (25 e 26 novembre), Bergamo (28 novembre), Milano (2 dicembre), Bolzano (3 dicembre) e Aosta (5 dicembre).

Montagna in Scena – Spagna

Il format prevede la presentazione di 5 pellicole in una sorta di esperimento che intende aprire la montagna al grande pubblico, perchè non è necessario essere sciatori, amanti del parapendio o scalatori per capirla: la montagna diventa un tramite per attraversare la natura e imparare a misurarsi col rispetto che le dobbiamo.

Blutch, per esempio, racconta la traversata integrale dell’Himalaya in volo bivacco di Jean-Yves Fredriksen, un’avventura straordinaria di 4 mesi solo, in compagnia del suo violino e della sua macchina fotografica. Mentre in This Mountain Life si parla del progetto di Martina Halik e di sua madre Tania, che ha appena compiuto 60 anni. Si tratta di un viaggio nel nord selvaggio del Canada durato sei mesi passati in tenda a venti gradi sottozero.

Montagna in Scena non ha quindi un pubblico di elezione, intende piuttosto diventare un momento di condivisione e racconto di certe atmosfere che appartengono a dimensioni quasi oniriche e che sanno tirare fuori parti di noi che non conosciamo, o che preferiamo ignorare. Dai film in rassegna è emerso come vivere la montagna riesca a renderci insicuri e capaci di dubitare, ammettendo che siano proprio le persone facili a non riuscirsi. Però al tempo stesso, se in qualche modo stiamo al suo passo, si entra in una prospettiva che lubrifica il nostro senso di onnipotenza, che è dannoso. Perché se c’è una cosa da non dimenticare è che esiste qualcosa di più grande a cui non dobbiamo rispondere con sottomissione, certamente, ma con un atto di gentilezza e gratitudine.

E forse è questa la lezione che chi va per montagne ci lascia: le vette più ambite sono quelle a cui arrivare andando oltre rispetto a noi, alla rigidità che ci imponiamo pensando ci facciano bene. Raggiungere la cima è infatti un momento di profonda umanità, che a poco a che fare con i fronzoli e le celebrazioni. E a questa si arriva con bagagli leggeri.

Dal 15 al 23 novembre, invece, si è tenuta a Gijón la 57 edizione del Festival Internazionale del Cinema di Gijón, evento co-finanziato dal Media Creative Programme dell’Unione Europea. Nasce nel 1963 come un concorso per film per bambini e solo nel 1986 è stato pensato come lo conosciamo oggi. Il festival è diviso in differenti sezioni e nel corso degli anni vi hanno partecipato alcuni dei registi più noti del cinema indipendente, come Ulrich Seidl, Aki Kaurismäki o Lucas Moodysson.

Vitalina Varela – Pedro Costa

La pellicola vincitrice di questa edizione è Vitalina Varela di Pedro Costa. La protagonista è una donna di 55 anni capoverdiana che raggiunge Lisbona dopo la morte del marito: aspettava quel biglietto aereo da 25 anni. Le atmosfere e le inquadrature di Costa fanno pensare ad alcuni fotogrammi di Roma di Cuaron, lasciandone intatta la malinconia in una sublime elegia funebre, che celebra la tragedia dell’immigrazione come perdita totale di sé e delle proprie radici.

Paul Schrader nel suo saggio Rethinking Transcendental Style del 2018 ha individuato i canoni dello slow-cinema e ha inserito Pedro Costa nella corrente The Survellaince Camera, ossia in quel tipo di estetica che tende a scavalcare la narrazione e a preferire la ripresa diretta della quotidianità per fare emergere sotto-testi spesso invisibili. Gli occhi dello spettatore si devono adattare alla poca luce e immaginare forme e movimenti all’interno dell’inquadratura: a volte ciò che si coglie di un personaggio è una immagine allo specchio.

Santiago, Italia – Nanni Moretti

Nella sezione ufficiale in concorso c’era anche un lungometraggio italiano. Parliamo del documentario prodotto e diretto da Nanni Moretti Santiago, Italia uscito alla fine dello scorso anno. Si inizia dal sogno socialista del governo di Salvador Allende a cui si è costretti a rinunciare dopo il golpe dell’esercito dell’11 settembre 1973 con l’assalto alla Moneda. Lo stadio della città diventa un campo di tortura che ancora oggi, come allora, è oggetto del negazionismo di tanti (tra cui i militari in carcere).

Nanni Moretti ne ha intervistato uno e quella è l’unica scena in cui decide di metterci la faccia, rinunciando a essere una semplice voce fuori campo. Sceglie di apparire infatti solo due volte nel suo documentario e nella prima si mostra di spalle mentre guarda la città, ed è l’inquadratura che apre il film. Mentre la giunta militare ammazzava e arrestava, l’ambasciata italiana di Santiago del Cile salvava vite. I dissidenti saltavano il muro basso all’angolo cieco e trovavano asilo, poi salvacondotto e nuova vita in Italia, che ha accolto i cileni integrandoli nel suo tessuto sociale.

Un’Italia a cui dobbiamo tornare oggi, liberandoci di un sistema di politici dell’ultimo banco e dei panchinari, dei senza idee sciacalli che si fanno le foto da soli. Perché gli italiani veri sono quelli dell’ambiasciata di Santiago: siamo molto di più di un Pinochet dell’ultima ora.

 

Foto copertina: Profilo Ig #57FICX
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