In una grande sala del teatro Litta di Milano attendo con un po’ d’ansia il mio turno per intervistare Letizia Battaglia. Sta parlando con una giornalista di Panorama quando, improvvisamente, estrae una sigaretta dalla tasca e la accende con disinvoltura. Dopo pochi secondi, un addetto alla sicurezza la interrompe: “Mi scusi ma non è consentito fumare nel teatro”. Lei lo guarda, posa la sigaretta e rivolgendosi all’intervistatrice dice: “Vedi come è bello per lui poter dire “non si fuma”?; è un uomo. Lui è felice di avermi detto “Non si fuma”. Un attimo che una fa la folle e subito… Ma perché no? Perché non si fuma?”.

Letizia Battaglia in una scena di Shooting the mafia. Credits: I Wonder Pictures ©

Basterebbe ciò per descrivere una vita vissuta fuori dagli schemi, oltre ogni ordine preimposto. Forse è proprio questo suo continuo spirito di ribellione che le ha permesso, negli anni, di raccontare le ingiustizie di Palermo e dell’Italia intera, partendo dalla mafia ma non limitandosi ad essa. Si è sempre proclamata libera, non rinunciando mai ad essere se stessa, a partire dalla sua capigliatura rosa e dall’immancabile sigaretta. Vera compagna di vita della Battaglia.

Lei ha fotografato moltissime cose. Eppure, fra tutte, le fotografie sulla mafia sono quelle che il pubblico e i giornalisti più ricordano, tanto che le è stato affibbiato il soprannome di “fotografa della mafia” che , però, si sa, lei non gradisce molto. Perché, secondo lei?

Perché i giornalisti che hanno scritto questo sono pigri, insolenti e non vogliono andare a fondo. Perché? Perché la mafia è maschile e i giornalisti sono maschi. In realtà ho avuto molta paura ma dovevo fare quelle foto e le ho fatte. Forse anche perché certe foto non si erano mai viste. In fondo non lo so: si vede che un valore ce l’hanno.

credit: Letizia Battaglia ©

Riferendosi a una sua vecchia mostra al Maxxi di Roma, in un’intervista, ha affermato che dopo si sarebbe anche potuta fermare. 

Invece dopo è cambiato tutto. Arrivò Francesca Miglietti che disse  “Voglio fare una mostra a Venezia, però con le foto che non hai mai esposto”. Io mi sono spaventata moltissimo, perché non credevo di averne, invece… La vita continua. Una dice basta, che è stanca e non vuole più fidanzati. Invece si continua a vivere. Io ho un futuro, anche a 90 anni.

E sto già lavorando al mio prossimo progetto, che riguarda la donna nuda. “Palermo nuda”, rappresentata dalle donne: non solo quelle belle e fatte bene, ma le donne in generale. Rappresenterò la donna come terra e come simbolo di vita, non come cretinaggine e sensualità. Mi fanno schifo le fotografie che alludono alla sensualità in maniera banale. E’ una cosa profonda, legata alla psiche e al vissuto. Se verrà fuori erotismo verrà dalla persona, non dalla fotografia.

Spesso si sentono appelli, specialmente dalla classe politica, al disimpegno degli artisti, mentre lei ha fatto dell’impegno la principale caratteristica del suo lavoro.

Io penso che la rivoluzione, se oggi si può parlare di rivoluzione, arriva dagli artisti. Io me la aspetto; se un artista non è rivoluzionario a me non interessa, mi annoia. Voglio un’arte rivoluzionaria perché è l’artista che può cambiare e perché solo lui percepisce in anticipo che c’è qualcosa. I politici sono degli imbecilli. Purtroppo siamo in mano a degli imbecilli.

Ci racconti del suo rapporto con Palermo, città nella quale vive e che spesso ha rappresentato nelle sue fotografie. 

Palermo sta cambiando molto. Sta avanzando. Non tutto è sistemato ma c’è più voglia di non essere prigionieri di mafie e tabù. Non abbiamo ancora risolto, ma abbiamo un bravo sindaco. Ora la mafia non entra più nel comune a fare affari, questo è già tanto. C’è un cambiamento anche nei comportamenti delle donne, che escono la sera e girano da sole. C’è stata una grande evoluzione rispetto ai miei tempi.

 

Immagine di copertina: locandina Shooting the mafia, I Wonder Pictures
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