L’Academy of Motion Pictures Arts & Science ha annunciato i quattro Oscar alla carriera che saranno consegnati il prossimo 27 ottobre. Mettendo da parte per un attimo la tristezza di una cerimonia di consegna completamente staccata dalla notte degli Oscar vera e propria – come se i premi alla carriera non fossero consegnati a illustri personaggi del cinema, mah! – e concentriamoci sui candidati: oltre al visionario David Lynch e a Geena Davis riceveranno il premio anche Wes Studi e soprattutto la nostra Lina Wertmüller.

La direzione dell’Academy degli ultimi anni è ormai evidente. L’eco del #MeToo si fa ancora sentire e le polemiche delle minoranze etniche non si sono mai sopite. Sarà forse un caso, quindi, che nel quartetto ci siano insieme una donna e un attore di origini cherokee? Fermo restando il loro indiscusso talento e la professionalità e soprattutto il merito di questo premio, è indubbio che Hollywood si stia facendo pian piano sempre più “furba” da questo punto di vista, anche se è solo un piccolo passo di un cambiamento lungo e difficile delle logiche dell’industria cinematografica.

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Ma parliamo della Lina nazionale!

A 90 anni, l’arzilla regista dagli occhiali bianchi conquista l’ambita statuetta a coronamento di una carriera costellata di successi, molto più riconosciuti all’estero che in Italia. Già nel 1977 la Wertmüller fu la prima donna ad essere candidata agli Oscar come miglior regista per Pasqualino Settebellezze, film che vedeva come protagonista il suo attore-feticcio Giancarlo Giannini.

«Gli americani mi hanno sempre voluto bene» – afferma. A differenza degli italiani, aggiungeremmo noi. Sì perché negli anni ’70/’80 la critica non fu molto benevola nei confronti della regista che, in un paese assolutamente politicizzato come l’Italia dell’epoca, firmò film che in modo grottesco e con un’abbondante dose di ironia smontavano l’intellettualismo cinematografico a tutti i costi di quel ventennio lì. Né la Democrazia Cristiana né tanto meno il PCI, attraverso i loro critici, apprezzarono il suo modo dissacrante di destrutturare e analizzare il movimento operaio e il proletariato, scardinando i rapporti di fabbrica e le logiche della borghesia.

Poteva lei, una donna, permettersi di affrontare, seppur con lo strumento cinematografico, argomenti delicati e seri come questi in un periodo storico maschilista e immerso fino al collo nella melma di una retorica politica che si nutriva di se stessa? Evidentemente si, e con che stile!

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Indimenticabili sono le scene dello scontro ideologico di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) tra il rozzo marinaio comunista Gennarino Carunchio (Giancarlo Giannini) e la ricca e viziata borghese Raffaella Pavone Lanzetti (Mariangela Melato) che non fa altro che rimarcare il suo elevato rango sociale umiliando i suoi sottoposti sullo yacht in mezzo al Mediterraneo. Umiliazioni che le si rovesceranno addosso come una valanga nel ribaltamento totale dei ruoli che segue al naufragio in un’isola deserta, nella quale la sua inettitudine alla praticità deve necessariamente fare i conti con la necessità di sopravvivenza. Un film, questo, che scardina la condizione operaio-padrone nell’ottica di una rivendicazione dei diritti esplicitata nel modo più ironico e dissacrante possibile, grazie soprattutto all’interpretazione dei due protagonisti (la Melato è semplicemente perfetta).

Stessa coppia, altro film: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972). Stavolta la tematica è la fabbrica e tutto il mondo che gli gira attorno: la questione dei meridionali costretti a emigrare al nord per trovare lavoro, l’onore di un operaio che non accetta di dare il proprio voto a un mafioso, l’emancipazione femminile, la gelosia. C’è tutto in questa piccola perla del cinema nazionale così pregna di lotta di classe e di ipocrisia. Una commedia grottesca con un risvolto drammatico e un finale che è sempre e di nuovo un ribaltamento, la vendetta del karma.

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Pasqualino Settebellezze (1975) è invece un piccolo capolavoro, un po’ la summa della poetica della Wertmüller e infatti un radicale dell’ideologia di sinistra come Nanni Moretti, polemico fino all’osso, non riuscì a trattenersi dal commentare in Io sono un autarchico la sua candidatura agli Oscar del 1977 (4 le nomination complessive). Ma glielo perdoniamo, in fondo. Il film è un affresco drammatico della condizione dell’uomo, dell’onore e della filosofia di vita – tutta italiana – del “tirare a campare”, con uno strepitoso e bellissimo Giancarlo Giannini che infonde uno spessore psicologico molto profondo al suo protagonista dagli occhi verdi.

Lo stile di Lina Wertmüller è inconfondibile, unico. E non solo al cinema, ma nella vita. Lei che non ha mai usato il suo primato (prima donna a essere candidata agli Oscar come regista, lo ripetiamo) come strumento femminista di lotta, ma che al contrario ha sempre sostenuto idee da vera donna senza abbassarsi al livello di quelle polemiche sterili che si basano non sulla parità dei diritti bensì sulla prevaricazione. In un’intervista rilasciata a Variety sottolinea come l’ipocrisia dell’ambiente cinematografico sia bipartisan:

«Quanto al movimento che s’è originato a partire dagli sconcertanti abusi che molte attrici hanno subito, la mia sensazione, devo confessarlo, è che nell’ambiente ci sia sempre stata molta ipocrisia, quell’ipocrisia che ha tenuto queste vicende sotto silenzio per così tanto tempo e che, per reazione contraria, oggi si è trasformata in una caccia alle streghe. Il rischio è un totalitarismo inverso. Sono rimasta sconvolta dall’esplosione di reazioni in Francia contro le tante artiste che hanno firmato la lettera di Catherine Deneuve. Al di là dell’essere d’accordo o meno con quella lettera, la violenza con cui quelle donne sono state attaccate dev’essere motivo di riflessione.»

Una donna a tutto tondo, insomma. Una professionista che non ci stancheremo mai di apprezzare, augurandole ancora una lunga carriera.

 

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