La Festa del Cinema di Roma è da poco iniziata, ma già molti sono i film che sono stati proiettati nelle sale dell’Auditorium Parco della Musica: la rassegna prevede infatti una Selezione ufficiale con ben 43 film, altrettante opere nella competizione Alice nella città, rassegne, retrospettive, omaggi e incontri ravvicinati con autori della settima arte ed esponenti del mondo dello spettacolo.

Anche quest’anno la Selezione ufficiale si mostra come un corpus di opere provenienti da diversi paesi del mondo che rispondono alle più disparate esigenze di pubblico: al suo interno vi si trovano infatti film d’autore, con intenti narrativi ed estetici indirizzati maggiormente ad un target di cinefili, ed altri dal taglio decisamente più popolare, dichiaratamente commerciali.

Tre sono le opere appartenenti alla selezione Ufficiale che finora ci è stato possibile visionare e di cui vi vogliamo parlare.

Bad Times at the El Royale: un cocktail pulp e citazionista

Fonte: revengeofthefans.com

Il film di apertura della Festa è Bad Times at the Royale di Drew Goddard. Il regista si era resa noto con il suo Quella casa nel bosco (2012), opera postmoderna che parodiava il genere horror con freschezza ed originalità, riprendendo i grandi topos ed i cliché e destrutturandone le funzioni e le implicazioni. Anche nel suo ultimo lavoro è ravvisabile una forte vena citazionista, una messa in scena che amalgama certi tratti determinanti del cinema di Quentin Tarantino, esaltandone le peculiarità quasi con intenzioni omaggianti.

Bad Times at the Royale è la storia di sette estranei che si incontrano all’hotel El Royale, al confine tra California e Nevada. Tutti sembrano depositari di un passato oscuro e silenzioso, nonché di segreti che non possono essere svelati. La sceneggiatura, attraverso una vera e propria divisione in capitoli, si inoltra sapientemente nella storia di ogni personaggio, svelandone la storia e le azioni, e rivelandone i propositi in un crescendo di suspense e mistero.

Goddard sembra fin dall’inizio rifarsi a The Hateful Eight (2015), per le scelte scenografiche, le tecniche di dialogo e la tipizzazione dei personaggi, per poi concludere il film, in un tripudio d’azione pulp e splatter, ricordando Le Iene (1992). Ma i riferimenti a Tarantino non finiscono qui: Cynthia Erivo, che qui interpreta una donna di pelle nera, sembra omaggiare il personaggio di Jackie Brown; Dakota Johnson, ricorda la femminea grinta di Kill Bill; Jeff Bridges, qualche rapinatore de Le Iene. Diverse inquadrature si concentrano sui piedi – vero feticismo di Tarantino -, e sulle valigie. La colonna sonora pesca a piene mani dal repertorio della musica nera degli anni ’70, genere amato dal regista di Pulp Fiction.

Il film di Drew Goddard tuttavia, più che operare una parodia proficua ed interessante, sembra lasciarsi andare ad un semplice omaggio cinefilo, non riuscendo a proporre un discorso interessante sul mezzo cinema. In più la sceneggiatura, pur incastrando bene le diverse situazioni, si disperde tra le diverse storie dei personaggi, non riuscendo però a scendere in profondità su nessuna di loro, dunque provocando un distacco emotivo nei confronti dello spettatore.

“The House with a Clock in its Walls”: un racconto di formazione dai tratti tipicamente hollywoodiani

Fonte: ign.com

Eli Roth sorprende: regista di film horror profondamente disturbanti e granguignoleschi come Hostel (2005) e The Green Inferno (2013), con il suo ultimo film presentato alla Festa di Roma, dal titolo italiano Il mistero della casa del tempo, rientra nei ranghi di una narrazione di una estetica profondamente mainstream, stringendosi entro gli stilemi del racconto di formazione hollywoodiano, e indirizzandosi verso un pubblico giovanile.

È la storia del bambino Lewis Barnavelt, rimasto orfano, che va a vivere nell’eccentrica casa dello zio Jonathan – interpretato da Jack Black. Qui scoprirà un mondo di magia ed incanto: lo zio infatti è uno stregone, così come la compagna Mrs Zimmerman – interpretata da Cate Blanchett. Ma dovrà fare i conti anche con una maledizione che lambisce la casa e minaccia il pianeta, nonché con sé stesso e con il proprio passato.

Lo stile di Eli Roth permane, sottilmente, nella vena ironica dei dialoghi, in certi toni cupi e macabri tuttavia qui stemperati da una sceneggiatura leggera e puntata verso il fantasy e la commedia.

L’ottima recitazione degli interpreti e una trama dalle interessanti potenzialità non reggono un racconto prevedibile e lineare, poco interessato a scendere in profondità nei drammi intimi dei personaggi, dunque poco incisivo.

 

“Il vizio della speranza”: un film sulla luce in mezzo allo sfacelo. Ma che non si innalza come vorrebbe

Fonte: filmitalia.org

Una luce fredda, livida, indifferente bagna le immagini del film Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, ambientato lungo le foci del Volturno. Qui Maria – interpretata da Pina Turco, moglie del regista – è una ragazza che traghetta prostitute nigeriane per far sì che queste vendano i propri bambini per soldi, ed arricchire così una avida padrona sfruttatrice.

Maria ha la faccia malinconica, gli occhi velati di tristezza, cammina a testa bassa e con un cappuccio in testa, nascondendosi in una solitudine disperata. La macchina da presa ne pedina i movimenti, inquadrandola lungo le strade di una terra di confine degradata e dimenticata, ingrigita da un cielo plumbeo, lacerata da un decadimento paesaggistico e morale in cui la protagonista sembra irrimediabilmente invischiata.

Ma un giorno una prostituta, Fatima, decide di scappare per tenere con sé il proprio bambino. Maria decide di aiutarla perché un avvenimento straordinario comincia a farle guardare la vita con occhi diversi: anche lei è incinta.

Rifacendosi ad un chiaro simbolismo cristiano, De Angelis immette un raggio di luce la dove sembra tutto buio, ed incarna questo simbolo della salvazione, della speranza, in una donna e nel suo grembo materno. Il destino di Maria diventa allora quella di una madre che lotta contro un mondo sterile, dove l’uomo è protagonista di un annichilimento di ogni valore, di ogni dignità, di ogni affettività.

Buone dunque le intenzioni del film di De Angelis, ma infine non adeguatamente sfruttate, non efficacemente rese in una forma cinematografica che sappia coinvolgere davvero la mente e le emozioni dello spettatore nella tragedia di Maria, e nella sua speranza. La regia si abbandona a lunghe inquadrature dove, a dispetto di un profilmico silenzioso e tutto incentrato sul volto di Pina Turco, si inserisce la musica tradizionale partenopea di Enzo Avitabile, che a lungo andare non risulta più conferire alle scene l’adeguata potenza visiva. L’efficacia estetica e metaforica che molte scene vorrebbero avere, è purtroppo stemperata da una concatenazione degli eventi che non permette una piena partecipazione emotiva al film, nonché una totale immersione nelle suggestioni visive e drammatiche che in esso risiedono.

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