Almeno un paio di volte l’anno ci si chiede: chi vincerà l’Oscar, quest’anno?, chi vincerà la Palma d’Oro a Cannes? E, infine, chi vincerà il Leone D’Oro a Venezia?

È proprio sulla Laguna, difatti, che dal 28 agosto al 7 settembre gli occhi dei cinefili (e non solo) sono puntati. Ventuno i film in gara, tra cui tre film italiani: Il sindaco del Rione Sanità di Mario Martone (Il giovane favoloso, Capri-Revolution), rivisitazione di un classico di De Filippo; Martin Eden di Pietro Marcello (Bella e perduta) con Luca Marinelli; La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco (Belluscone. Una storia siciliana), presentati rispettivamente il 30 agosto, il 2 e il 6 settembre.

Madrina di questa edizione, dopo quelle degli anni precedenti tutte “al maschile” (con Michele Riondino, prima, con Alessandro Borghi, poi), l’attrice Alessandra Mastronardi, divenuta famosa per il ruolo di Eva Cudicini nella serie tv I Cesaroni e che, tra le tante successive collaborazioni, ne vanta una con Woody Allen per To Rome with Love, con Aziz Ansari e Alan Yang per la serie cult Master of None, distribuita da Netflix.

Classe 1986, per l’attrice napoletana è la prima volta da protagonista su quel tanto agognato tappeto rosso. Definitasi madrina super cinefila, la Mastronardi ha deciso di aprire la settantaseiesima mostra del cinema di Venezia con un discorso personale, al di là della politica farsesca e incerta: la sua è una dichiarazione d’amore, come ha detto la stessa, ma anche un segno di maturità, che la distanzia dalla ragazza che è stata, dai suoi esordi. Ragazza che, tuttavia, sembra riaffacciarsi più forte che mai, al pensiero di poter premiare Meryl Streep, in gara con The Laudromat di Steven Sodeberg, che sarà presentato il primo settembre, con Gary Oldman, Antonio Banderas e Sharon Stone, o anche Joaquin Phoenix in gara con l’attesissimo Joker, di Todd Phillips.

Tra le tante star attese (e che sperano di essere premiate) sul red carpet, vi sono: Brad Pitt – approdato in Laguna ieri –  in gara con Ad Astra di James Gray; le già citate Meryl Streep e Sharon Stone; Gary Oldman, Antonio Banderas e Joaquin Phoenix; Gael Garcia Bernal e Penelope Cruz in gara con Wasp Network di Olivier Assayas, e ancora, Johnny Depp e Robert Pattinson per Waiting for the Barbarians di Ciro Guerra.

Tanti i temi affrontati in questa edizione: il rapporto dell’uomo con la storia e il suo vivere in un mondo che ci lascia sperimentare e agire in un (in)certo modo ma, soprattutto, il rapporto dell’uomo con sé stesso e con gli altri.
Tuttavia, è proprio a partire dal rapporto con gli altri che sembrano nascere le prime polemiche.

Durante la conferenza stampa di presentazione delle giurie, la regista argentina Lucrecia Martel, presidente dell’attuale giuria del Festival di Venezia 2019, con Paolo Virzì (La pazza gioia) e tanti altri, ha affermato di non gradire la presenza del regista Roman Polanski, in concorso con il film J’accuse con Louis Garrel ed Emmannuelle Seigner, a causa delle accuse a suo carico per violenza sessuale su minore, negli anni ’70.
“Dobbiamo distinguere l’artista dall’uomo” ha dichiarato il direttore della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera. “Non voglio alzarmi in piedi ed applaudirlo. Non sarebbe giusto nei confronti delle donne”, ha risposto Lucrecia Martel.

Nel mentre, la 01 Distribution, che ha distribuito il film di Polanski, ha dichiarato di aver valutato l’ipotesi di ritirare il film dal concorso, temendo un giudizio “viziato” dalle parole della regista argentina.

Non sappiamo questa storia come andrà a finire, né se questo polverone si placherà mai. Possiamo solo goderci i film in gara e i vestiti scintillanti sui red carpet.

Come si suol dire… che vinca il migliore!

Immagini di copertina: © Alberto Terenghi / IPA, Francesco Colombi.
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