Il Venezuela, un paese dalle sconfinate meraviglie. Il petrolio, la sua più grande fonte di rendita e la sua condanna, scorre sottoterra come un demone insaziabile. Uno stato maledetto, quindi, da quell’oro nero che muove il mondo ed ambito da molti. Il paese vive una grave crisi umanitaria paragonabile solo a quella siriana, e la diaspora più estesa dell’America latina.

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Immagine tratta da “Venezuela, la maledizione del petrolio”

Venezuela, la maledizione del petrolio (di cui abbiamo parlato qui) percorre anni di storia fino ai giorni nostri per raccontare quegli avvenimenti, in gran parte politici, che hanno portato il paese alla catastrofe. Oggi ci domandiamo quali gravi ripercussioni avrà lo stato di pandemia in questo paese, e purtroppo le previsioni sono delle più rosee.

Il documentario uscirà il 30 marzo su History Channel. Nel frattempo abbiamo avuto il piacere di intervistare il regista Emiliano Sacchetti e la produttrice Gioia Avvantaggiato, che cordialmente hanno risposto alle nostre domande.

L’intervista a Emiliano Sacchetti, il regista:

Nei tuoi documentari si rintraccia una profonda analisi dei problemi sociali che colpiscono le “minoranze” e gli outsiders. Ovvero coloro che vengono lasciati ai margini della società e non vengono ascoltati. Dopo New Days Has Com, come ti sei avvicinato a Venezuela, la maledizione del petrolio? E come è stato, in seguito, portare avanti la tua indagine sull’argomento?

Tra A new days has com e Venezuela, la maledizione del petrolio ci sono dieci anni in giro per il mondo, anni in cui ho realizzato documentari su temi diversi, dai rifugiati ai senzatetto, dalla Shoah al Vaticano. Ho lavorato in zone di crisi e di conflitto in Africa, Medio Oriente e in America Latina e dopo le ultime due missioni in Somalia (e l’attentato ad uno dei protagonisti del documentario che stavo girando) ho deciso di prendermi un anno sabbatico. E quando nell’inverno del 2019 mi hanno chiamato per propormi questo lavoro ero in mezzo all’oceano, in Canada, per le riprese di una docu-serie sui pescatori di astice; non ho chiesto tempo per pensarci, ho accettato subito.

Quando sei di fronte ad un progetto come questo ed ad una produttrice visionaria (e seria) come Gioia Avvantaggiato, la risposta non può che essere immediata. Conoscevo il Venezuela per esserci stato vent’anni fa e la situazione di crisi che stava attraversando solo dai giornali. Ho iniziato a studiare, a documentarmi e a confrontarmi con esperti. E tre mesi dopo ero sul campo, a Bogotà, per iniziare le riprese. Sette mesi di lavoro, incluso il montaggio, per un lavoro che la cronaca purtroppo ancora non ha superato. Il Venezuela è sempre sull’orlo del baratro. E questa pandemia potrebbe rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso.

Venezuela, la maledizione del petrolio Copertina 1

Il documentario, ben strutturato nel ricercare le dinamiche di potere che intervengono in uno stato come il Venezuela, non si sofferma sull’impatto ambientale della produzione petrolifera. Una scelta, a nostro avviso, azzeccata perché avrebbe frammentato il discorso e spostato l’attenzione dall’emergenza umanitaria. Volevamo sapere se questa fosse la vostra idea fin dall’inizio o se sono intervenuti altri fattori che vi hanno portato al prodotto finale.

L’impatto antropico sull’ambiente nelle società moderne è oggi uno dei problemi più urgenti che ci troviamo ad affrontare, e in zone di crisi come Venezuela, ma anche Siria o Libia, il danno ambientale si somma a quello umano. La scelta di non parlare delle conseguenze per l’ambiente dell’estrazione del petrolio nel contesto venezuelano è stata fatta a monte. In un documentario dal taglio geopolitico sarebbe stato fuorviante introdurre una variabile come quella ambientale. Considerando poi che nell’economia dei 52 minuti del film abbiamo affrontato tematiche diverse e molto complesse (la nuova guerra fredda, la crisi umanitaria, il controllo delle risorse naturali, gli effetti delle sanzioni americane ecc.), il dato ambientale avrebbe avuto comunque poco spazio.

All’interno di Venezuela, la maledizione del petrolio si alternano interviste, immagini di repertorio e riprese dal vivo. Come è stato, per te e la tua troupe, girare sul posto e quali problemi avete incontrato, se ci sono stati. Inoltre, cosa ti è rimasto più impresso dall’entrare in contatto con questa realtà?

Le riprese di Venezuela, la maledizione del petrolio sono state effettuate on location in Colombia, tra Bogotà e il confine con il Venezuela, e a Caracas. Bogotà è una città splendida ma molto violenta, e il rischio di essere assaliti e derubati per strada in alcuni momenti è stato limitante. Non puoi sostare in pubblico per più di 10 o 15 minuti e ogni giorno di lavoro deve essere pianificato in dettaglio. La Guajira colombiana, la frontiera con il Venezuela, è una terra di nessuno, rischiosa a prescindere dalla crisi umanitaria oggi in atto; sono grato alle Nazioni Unite per averci assistito e consentito di portare a casa testimonianze molto importanti.

Caracas è stata paradossalmente meno rischiosa di Bogotà perché più militarizzata, e il rischio maggiore era quello di finire in carcere accusati di spionaggio. In questi casi è molto importante poter contare su una troupe abituata allo stress che missioni di questo tipo comportano. Per questo motivo, da anni il mio direttore della fotografia è Marco Pasquini, che ad una grande sensibilità e tecnica filmica unisce l’esperienza maturata nei teatri di guerra. Il ricordo più forte, quello che ancora porto con me come un amuleto, è la resilienza del popolo venezuelano che, indipendentemente da come la si pensi in termini politici ed economici, è quello che sta pagando il prezzo di questa assurda partita a scacchi tra superpotenze.

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“Venezuela, la maledizione del petrolio”, un’immagine tratta dal documentario di History

Dopo Venezuela, la maledizione del petrolio ti prenderai una pausa o ci sono nuovi progetti in cantiere per il futuro?

A febbraio, prima della pandemia, ero in procinto di partire per Bengasi per le riprese di un documentario sulla Libia a dieci anni dalla morte di Gheddafi. Un nuovo lavoro prodotto dalla GA&A di Gioia Avvantaggiato e che sto scrivendo con Piero Messina. Dopo settimane di trattative avevamo appena ottenuto il via libera per raggiungere l’Esercito di Khalifa Haftar, ma il rischio di rimanere tra l’incudine della guerra civile ed il martello dell’epidemia ci ha fatto desistere.

Ora sono bloccato in Canada, dove vivo parte dell’anno, e tutti i progetti sono purtroppo in stand by. In questi giorni di clausura forzata sto approfittando per finire di montare un documentario su un maestro d’ascia che in Nova Scotia ancora costruisce golette in legno, a mano, secondo la tradizione del secolo scorso. Sto anche leggendo molto, soprattutto saggi e dossier sulla questione libica, con la speranza di poter iniziare le riprese entro la fine dell’anno.

Domande alla produttrice, Gioia Avvantaggiato:

Con la tua casa di produzione avete portato sugli schermi documentari come ABC Colombia, Dietro l’altare e Il nostro uomo al Cairo. Film, la cui indagine ci mette davanti a quei problemi sociali e culturali del nostro tempo che per troppo tempo sono rimasti nell’ombra, celati, molto spesso, dietro il velo del tabù. Quanto è importante il cinema, quanto la televisione, nel portare alla luce (dello schermo) tali realtà? e quale riscontro ricevete dal pubblico?

Mettere a nudo le contraddizioni e il naso in argomenti scomodi e controversi è quello che mi piace fare. Farsi domande e cercare risposte. Per questo ho scelto di produrre documentari, di ogni genere ma soprattutto di geopolitica, di investigazione, sociali. I nostri documentari hanno una buona accoglienza soprattutto all’estero, dove sono i nostri principali clienti, ma anche in Italia dove nel corso degli anni ci siamo guadagnati l’attenzione del pubblico e la stima dei responsabili delle TV.

Riprendendo la domanda precedente, i documentari prodotti fino ad arrivare a Venezuela, la maledizione del petrolio sono intrisi di un certo taglio stilistico. Un’autorialità che non viene a mancare di certo anche nel documentario. Quale è il messaggio che vorresti rivolgere a tutti quei giovani cineasti che vorrebbero entrare nel settore, e farsi così carico di questi temi?

Più che di un taglio stilistico parlerei di coerenza editoriale. I nostri lavori non sono mai fini a se stessi. Noi siamo cercatori di verità e raccontatori della vita. Lo facciamo con stili diversi, a volte, anche seguendo le indicazioni delle controparti, per lo più TV internazionali, cercando di intercettare il loro pubblico. L’autorialità si esprime con un preciso punto di vista che è sicuramente quello dell’autore ma anche quello del produttore. Il nostro è un lavoro di team e spesso il risultato è ancora più efficace proprio perché è il frutto di una collaborazione stretta tra tutti.

Ai giovani cineasti posso soltanto dire di lottare per raccontare le storie che sento urgenti ma anche di ascoltare i consigli di chi ha più esperienza. Ma soprattutto vorrei dire loro che l’improvvisazione non paga, bisogna studiare, ricercare, condividere, confrontarsi con chi può consentirci di prendere la tara di quello di cui siamo convinti. Metterci in discussione ogni giorno… Io lo faccio ancora dopo quasi 40 anni di questo lavoro e capisco che a volte è faticoso. Spesso però il risultato è premiante.

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Un’immagine tratta da “Venezuela, la maledizione del petrolio”

Venezuela, la maledizione del petrolio è un documentario lucido e intelligente, che non abbandona la propria ricerca in digressioni sentimentaliste. Cosa ti ha portato a lavorare insieme a Emiliano Sacchetti e alla sua storia, e quale è il tuo pensiero riguardo la situazione in Venezuela?

Conosco Emiliano da molti anni ed abbiamo lavorato insieme in passato. Per raccontare la grande tragedia del Venezuela ci voleva qualcuno pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo, a prendere il rischio di andare laggiù in un momento in cui la Farnesina certo non lo consigliava, ad entrare in empatia con la gente. E lui, insieme al direttore della fotografia Marco Pasquini, aveva già girato in zone di guerra, nei campi profughi, in situazioni difficili. La parte più propriamente scientifica, di analisi, l’avremmo poi elaborata a tavolino, con un lavoro certosino facendo in modo di dare voce ad entrambe le parti in gioco, senza mostrare alcuna preferenza.

Sono state settimane in cui abbiamo lavorato fianco a fianco, scrivendo e riscrivendo, cercando di restare il più possibile sulla notizia ma senza farci prendere la mano. Per questo dobbiamo ringraziare tutto il team, ma in particolare due persone: Giulia de Luca, giornalista esperta di temi latinoamericani, e la responsabile della TV tedesca che era la capofila di un gruppo di TV che ci appoggiavano nel nostro lavoro, e che non si è accontentata fino a quando siamo riusciti a rendere il lavoro lucido ed equilibrato come è ora.

Sulla situazione in Venezuela, io ho, come tutti, una mia opinione, ma credo che il film la rappresenti bene. Il popolo venezuelano, come la maggior parte dei popoli che si trovano da tanto tempo in guerra (penso alla Siria, allo Yemen solo per citarne un paio) sono purtroppo soltanto un danno collaterale nella grande battaglia che vede contrapposti grandi paesi che giocano sullo scacchiere del mondo per i loro personali interessi.

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