L’ultimo giorno della Festa del cinema di Roma arriva lei, Viola Davis, in total white, ad illuminare con il suo sorriso e la sua energia incontenibile il red carpet della capitale. Entra nella sala gremita che la attende accolta da una standing ovation; Viola non si risparmia col pubblico come sul set. Si racconta con onestà, a cuore aperto, a partire dalla sua infanzia a Rhode Island fino ad oggi che è diventata un’artista dal successo planetario, conquistandosi un Oscar, due Tony Award e un Emmy.

La sua straordinaria carriera nasce a teatro: Viola frequenta una delle scuole più prestigiose, la Juillard:  “A teatro mi sento come a casa. La gente entra e vuole un’esperienza umana, e questo io lo amo”.

Per Viola la recitazione è sempre stata una vocazione oltre che un sogno: “Non ero il tipo da lavoro d’ufficio, sarei arrivata sempre in ritardo e mi avrebbero licenziata su due piedi. Così ho pensato che potevo diventare un’artista pigra, salvo poi scoprire la fatica di combattere sempre per trovare la mia voce, un po’ come fa Annalise Keating nella serie Le regole del delitto perfetto”.

Dopo aver calcato i palcoscenici di Broadway, Viola comincia la sua ascesa nel mondo dorato di Hollywood e, nel 2007, conquista l’Oscar per il film Barriere diretto e interpretato da Denzel Washington. E’ la prima artista nera a vincere un Academy Award: “Come artista di colore,  il problema maggiore è che i nostri personaggi sono spesso ‘annacquati’ o troppo carichi, sono troppo gentili o troppo arrabbiati, e tutto questo per piacere al pubblico. Pertanto, è un piacere poter recitare in ruoli come quelli scritti da August Wilson, drammaturgo afroamericano di Barriere, perché lui ci rappresenta come persone in tutte le nostre sfaccettature, anche nelle negatività, ci ha dato una voce. Agli attori si chiede sempre di essere sottili e di andarci piano. Nel caso di Barriere, non potevo proprio perché esistono momenti della vita in cui la posta in gioco è alta e devi combattere con tutte le tue forze”.

“Quando mio padre è morto, l’infermiera della casa di cura lo ha comunicato a mamma dicendole quanto fosse dispiaciuta. Ecco, in quel momento, il suo urlo e il mio non sono stati affatto sottili. Immagina di essere nel deserto per cinque mesi e di arrivare finalmente a trovare un bicchiere d’acqua. Come reagiresti se qualcuno te la sfilasse di mano? Spero di aver reso l’idea”.

L’arte per la Davis non può prescindere dalla verità, dall’autenticità: un vero artista non indossa maschere, è onesto, ci restituisce ciò che siamo: “Un’artista deve avere il coraggio di dire la verità, perché è una cosa che molti non hanno nella vita. Indossiamo maschere sorridenti, mostriamo una versione ridotta di noi stessi per paura di essere giudicati. Noi artisti dobbiamo subentrare per restituire noi stessi senza filtri, rappresentando la reale umanità anche quella più dolorosa e più marcia”. Non solo, l’arte può dare voce a chi non ce l’ha, rendere “visibile” l’invisibile: “Con il mio mestiere – aggiunge Viola – posso far valere i miei diritti e quelli di tanti come me che se li vedono calpestare ogni giorno”.

La forza di Viola risiede nella sua autenticità, nella sua unicità, nel mostrarsi senza filtri e donarsi generosamente al pubblico. Ogni sua parola ha un peso, una sua carica emotiva, un vissuto fatto di sofferenza e determinazione. Sempre in prima fila nella lotta per la difesa dei diritti umani, la Davis racconta quando, a soli due anni, finisce dietro le sbarre con la mamma durante una protesta: “A sentire lei non siamo state propriamente arrestate, ci hanno solo portate via e messe in una minuscola cella. Ma mi è bastato fin da piccola per capire il valore della lotta per la difesa dei diritti di tutti”. L’autoaffermazione di sé come donna di colore, come artista è sempre stata una costante nella vita privata e professionale di Viola: “Volevo tutto e lo voglio ancora. Desideravo le stesse cose della mia compagna di classe alla Julliard, Michelle O’Neill, solo che lei era bionda e con gli occhi azzurri e io per gran parte della carriera mi sono accontentata dei soli ruoli disponibili per un’attrice di colore”.

La Davis affronta la spinosa questione della parità dei diritti nello star system americano: “Pensiamo che basti aggiungere qualche membro di colore all’Academy per risolvere la questione, ma serve partire dalla base e raccontare storie inclusive e non fermarsi a Hollywood. Tutto, a Hollywood come nell’intera America, è bianco, tranne la Nfl (National Footbal League) e la Nba (National Basket Association). Nel cinema, poi, lo sono quasi tutti: i responsabili, i dirigenti e con qualche eccezione, i film e i programmi tv. “Anche se avessimo il 93% dei membri dell’Academy appartenenti a minoranze, finché tra i film prodotti ce ne sarà solo uno ogni tanto con protagonisti di colore, a cosa serve? Vogliamo essere pagati quanto gli attori bianchi e in genere questo ancora non accade. Quello che cerco di insegnare anche a mia figlia di nove anni, è che per quanto siamo il 12,5% della popolazione, non bisogna accontentarsi del 12,5% della torta. Io voglio tutto e dobbiamo lottare per questo insieme. Le cose stanno cambiando, ma la strada è ancora lunga”.

Parlando della polemica innescata da Martin Scorsese sui cinecomic, uno dei quali in prossima uscita, Suicide Squad, vedrà la stessa Davis in un ruolo inedito, l’attrice ci confida l’importanza di quello che da sempre è stato il suo “giardino segreto”, ovvero l’immaginazione: “Gradisco un bel film Marvel, e gradisco un bel film DC. E adoro tutti i film di Scorsese. Albert Einstein disse che l’immaginazione è più importante della conoscenza. Se non avessi avuto la mia immaginazione, sarei ancora la povera Viola che vive a Central Falls, Rhode Island, che non era considerata attraente o cose così. È stata la mia immaginazione a definirmi. Potevo rifugiarmi in un mondo che è infinito, un mondo che potevo creare come volevo, un mondo dove potevo ridefinirmi a mio piacimento. È lì che vive l’arte. L’arte vive nel mondo dell’immaginazione. È un parco giochi lì, è il parco giochi di Dio, e non sta a nessuno dire cosa merita o meno di stare lì. Può essere quello che vuoi, e in quel luogo può esserci quello che vuoi. È per questo che abbiamo alcuni dei più grandi pittori, dei più grandi attori, dei più grandi scrittori. Ed è quello per cui viviamo. Quindi credo che ci sia un posto per tutto questo”.

La forza insita nei sogni e la determinazione hanno reso Viola ciò che voleva essere da bambina, sebbene le circostanze della vita non fossero favorevoli. Non a caso, cita un’altra “regina” dell’immaginazione, J.K Rowling, dicendo che i suoi personaggi si avvicinano a lei allo stesso modo in cui Harry Potter si avvicinò alla scrittrice durante un viaggio in treno. Per costruire un personaggio, la Davis indaga nella sua vita, nei suoi angoli più segreti e oscuri, per restituirgli la sua verità. E di sicuro, la sua immaginazione le permette di compiere viaggi in quelle vite come fossero terreni da esplorare.

A sorpresa, prima della consegna del Premio alla carriera all’attrice, consegnatole da Antonio Monda e Pierfrancesco Favino, il quale si dichiara “ossessionato dalla Davis”, viene proiettato un video di Meryl Streep che dice di lei: “Ha un talento enorme, ma soprattutto le sue doti umane sono infinite. Ha un enorme forma morale e senso di compassione”.

La Davis riceve il Marco Aurelio e pronuncia il suo discorso finale “Questo premio significa che ho una carriera, ed è importante. Spesso non si ha un’idea del fatto che la stragrande maggioranza degli attori, anche grandissimi e bravissimi, non lavorano affatto. Sono felice di essere viva e poter sperimentare che tanta gente mi ama e apprezza il mio lavoro, mi rende orgogliosa. Siamo onesti, io non sarei nulla senza di voi. Non potrei fare l’attrice nella mia stanza da letto”. Ebbene, è proprio in quella stanza nel Rhode Island che Viola compiva il primo passo nella sua carriera, sebbene solo nella sua immaginazione, quello di credere nel suo sogno e di tenere fede ad esso.

 

Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF
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