La condanna della nuova generazione da parte di quella precedente è ormai divenuto un cliché. Ciò lo si può vedere proiettato nelle tradizioni, nell’arte, come nel cinema. La nostalgia del passato investe i frutti del presente e li sminuisce, definendoli solo in relazione a ciò che manca loro rispetto ai grandi classici. E si sa bene, gli italiani vivono nei ricordi.

Da tempo ormai il cinema italiano contemporaneo vive di ricordi, oscillando tra i lasciti dei grandi maestri dello scorso secolo. Ma allora, bisogna chiedersi, perché accade questo? Il cinema nostrano ha bisogno di un continuo scontro con il passato? Non finirebbe per essere unicamente una limitazione? Un’incapacità mentale e socialmente emotiva di emulare coloro che hanno creato il cinema stesso?

Toni Servillo ne “La grande bellezza”. Fonte: Medusa Film©

Bisogna dividere la questione su due diversi fronti: gli attori e i film. A partire dal secondo Dopoguerra, con i film di Rossellini, Luchino Visconti, Monicelli e De Sica il cinema iniziò a imporsi in tutta la sua potenza sociale. Gli attori furono pochi, ma particolarmente incisivi. Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Aldo Fabrizi, Totò, Gina Lollobrigida: nei loro confronti nacque una vera e propria adorazione, trasformandoli in simboli dell’arte italiana.

Marcello Mastroianni, Anita Ekberg e Federico Fellini sul set de “La dolce vita”.

Allo stesso tempo i cinema offrivano proiezioni a prezzi molto bassi e la visione di un film era diventato un appuntamento fisso. Questo rese le pellicole dei mezzi di narrazione efficaci e prolifici, permettendo alle case di produzioni di emettere sempre più film, accontentando la richiesta crescente.

Oggigiorno i critici e gli spettatori tendono a proiettare sul cinema ciò che in realtà è una semplice trasformazione sociale. Ricordano i bei vecchi tempi, esaltando la bravura degli attori, dei registi, la bellezza dei film, e ne vedono la mancanza nei prodotti contemporanei. È indubbio quanto il cinema sia cambiato, le sue dinamiche e le sue tecniche si sono trasformate totalmente, ma ciò che è cambiato più di tutto sono i nostri occhi.

Pierfrancesco Favino ne “Il Traditore”. Fonte: 01 Distribution©

Il cinema ha perso la sua potenza mediatica per la sovrabbondanza di immagini che ci investono, provenendo da televisioni, piattaforme streaming e quant’altro. Gli attori sono pur sempre divi, ma immersi in uno scenario di normalità. La loro vita può essere uguale alla nostra e questo sessant’anni fa sarebbe stato impensabile.

Accettando il progresso e i cambiamenti che produce, bisogna riconoscere al cinema i suoi meriti contemporanei, la sua valenza artistica e la sua capacità di raccontarci. Senza di questo, si vivrebbe unicamente nel passato, rimuginando tempi andati e bloccati in un limbo senza uscita, da cui non affiorerebbe mai nulla di nuovo. Così facendo, potrebbe passarci davanti agli occhi il prossimo Fellini e nemmeno ce ne accorgeremmo.

 

© riproduzione riservata