L’horror, come genere cinematografico che più di tutti tenta di sfidare lo sguardo e le percezioni dello spettatore, ha il potere di sondare la psiche umana, rivelandone gli aspetti più primordiali ed inconsci, ed esorcizzandone le verità più nascoste ed inascoltate. Ma ha anche il pregio di fungere da specchio di un intero popolo, recando in sé non solo le problematiche interne ad ogni individuo, ma espandendo queste ad un tessuto sociale evocato in tutte le sue contraddizioni, ansie e paure. Già Siegfried Kracauer nel suo Cinema tedesco: dal Gabinetto del dott. Caligari a Hitler, 1918-1933 (Mondadori, 1954) scriveva che taluni film, come Il gabinetto del dottor Caligari (1920) e Nosferatu il vampiro (1922) fossero stati in grado, internamente alla propria materia espressiva colma di inquietudine, orrore e disagio, di preannunciare l’avvento del nazionalsocialismo tedesco.

Eppure per molto tempo l’horror è stato guardato con poca attenzione dalla critica specializzata, se non bistrattato. Ad uno studio approfondito delle sue forme e dei suoi contenuti, si è spesso anteposta una morale contraria alle modalità estetiche proprie del cinema del brivido.

Il genere comincia comunque ad acquistare una propria dignità a partire dagli anni ’60 con l’uscita nei cinema di film come Psyco (1960) e Gli uccelli (1963) di Alfred Hitchcock, dove l’orrore diviene nobile declinazione di una forte autorialità.

È sempre in questo periodo che i film dell’orrore abbandonano le tematiche fantastiche e gotiche, per dedicarsi ad un realismo maggiormente aggrappato al presente, recuperando dunque la propria specifica abilità di porre allo spettatore una critica, nonché una riflessione, sulla propria realtà sociale.

La locandina del film “Rosemary’s Baby” di Roman Polański. Fonte: lafimu.edu

Con Rosemary’s Baby (1969) Roman Polański costruisce un horror psicologico dove la tematica dell’occultismo viene ricondotta e contestualizzata al periodo storico contingente all’uscita del film: l’orrore scaturisce adesso dall’apparente normalità del nostro quotidiano agire, dai falsi valori borghesi della società capitalistica occidentale.

Se con questa pellicola il genere comincia ad acquistare una sua forte valenza artistica agli occhi della critica, già un anno prima un film a budget ridottissimo sconvolge le platee con la sua travolgente carica innovativa: La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero (1940 – 2017), di cui quest’anno, a distanza di 50 anni, se ne festeggia l’anniversario e se ne ricorda l’estrema importanza cinematografica e culturale.

Fu infatti in quest’opera che apparve, per la prima volta, il mostro dello zombie. Se prima infatti – in film quali L’isola degli zombies (1932) e Ho camminato con uno zombie (1943) – la creatura veniva rappresentata secondo i canoni della tradizione haitiana, qui essa assunse tutte le caratteristiche fondanti che influenzeranno il cinema a venire e che la faranno entrare nell’immaginario collettivo: passo lento e trascinato, corpo putrefatto, volontà di mangiare corpi umani, possibilità di essere uccisa solo tramite un colpo alla testa.

Il film creò scalpore perché fu tra i primi ad esibire la violenza in tutta la sua terribile carnalità, divenendo, insieme alle pellicole di Herschell Gordon Lewis, l’antesignano del cinema splatter, vale a dire di quel sotto-genere che prendendo a modello il teatro francese del Grand Guignol, mostrava esplicitamente sangue e smembramenti di corpi.

Ma le immagini brutali di Romero non sono né gratuite e né banali, bensì si fanno carico degli orrori e degli stravolgimenti del periodo storico in cui esse nascono: la guerra del Vietnam mieteva migliaia di vittime e la rivoluzione culturale sessantottina lottava per svecchiare una società fin troppo relegata nel falso perbenismo di una borghesia conservatrice.

Una scena del film “La notte dei morti viventi”. Fonte: quinlan.it

Romero attraverso il suo film non cerca solo di riverberare la carica aggressiva di un contesto storico, ma muove anche una critica al sistema sociale statunitense di quei tempi.

La pellicola narra di sette individui intrappolati in un casolare della Pennsylvania per via di un improvviso scoppio di epidemia zombie. La tv trasmette delle informazioni che tentano di spiegare le motivazioni di questo strano fenomeno: forse una sonda tornata sulla Terra da Venere avrebbe rilasciato un virus sconosciuto. È chiaro dunque che la tragedia ha inizio per via delle sperimentazioni spaziali del governo statunitense effettuate durante la guerra fredda, ovvero in un periodo chiave di indiscriminata lotta per un progresso anti umanista e dedito al prestigio bellico e scientifico.

Tra le persone rinchiuse nella dimora vi è un uomo di colore, Ben, la cui intelligenza si rivela più acuta rispetto a quella degli altri. Inutile dire che la sola scelta di inserire tra i protagonisti del film un afroamericano era a quei tempi un atto alquanto trasgressivo, nonché rivoluzionario. Ma Romero – forse inconsapevolmente, come lui stesso ha più volte dichiarato – muove attraverso il personaggio di Ben una critica al razzismo statunitense. Difatti, dopo che i sistemi di informazione rendono chiare le modalità per uccidere gli zombie, gli abitanti della zona, insieme allo sceriffo, si fanno strada coi loro fucili per liberare il territorio. Un proiettile giunge però anche sulla testa del povero Ben, unico sopravvissuto, che viene scambiato per morto vivente da uno dei popolani. Sappiamo bene che nel paese, durante gli anni ’60, vigeva ancora un pesante segregazionismo nei confronti dei cittadini neri, dunque la domanda sorge spontanea: davvero Ben è stato creduto una di quelle creature, oppure il beneficio del dubbio ha permesso ad una furente voglia omicida di perpetuare un assassinio razzista? Il film si chiudeva così, in un finale tragico che lacerava lo spettatore e lo colmava di dubbi.

Romero continuerà a girare film dall’alto contenuto sociale e politico, e renderà la figura dello zombie un’allegoria del capitalismo e dei suoi effetti narcotici e mercificanti. Lo zombie difatti non è altro che un uomo ormai privo della sua umanità, vale a dire di tutti quei connotati che contraddistinguono e rendono tale la nostra specie: la coscienza, la volontà, il raziocinio, la libertà di scelta. Il morto vivente non è un mostro dall’apparenza aliena o chimerica: esso si mostra come una persona normale in cui tutti possono specchiarsi e riconoscersi, la cui familiarità è resa però inquietante da un suo effettivo allontanarsi dalla natura del nostro sistema percettivo ed intellettivo. Lo zombie è una creatura totalmente in trappola di istinti automatici ed impersonali, il cui agire è determinato da una forza a lui sconosciuta ed incontrollabile. Forza sconosciuta ed incontrollabile che nella società del nostro tempo è incarnata dal sistema capitalistico, il quale è capace di attuare una trasformazione dell’intero apparato culturale di una comunità, provocandone, usando le parole di Pier Paolo Pasolini, “una mutazione antropologica” irreversibile e senza precedenti.

Una scena di “Shawn of the Dead” girata al centro commerciale. Fonte: cineclandestino.it

Diviene dunque facile interpretare, secondo quest’ottica, molte scene presenti nel successivo film di Romero dedicato agli zombie: Dawn of the Dead (1978). Qui un gruppo di persone trova rifugio non in una casa, bensì in un centro commerciale, simbolo chiave della globalizzazione economica. I morti viventi che si aggirano come automi tra i corridoi della struttura, non sono meno terrificanti delle abitudini del consumatore medio, “zombificato” da un desiderio di possesso materiale simile a quello delle creature per la carne umana. Possiamo ben dire dunque che l’uomo d’oggi è uno zombie la cui silenziosa volontà è guidata, senza che ve ne sia un’effettiva consapevolezza critica e razionale, verso un’accettazione del consumismo.

Romero creò un vero e proprio genere cinematografico che verrà poi sfruttato commercialmente per ragioni spettacolari, e la cui carica dirompente e riflessiva andrà sempre più scomparendo. A cinquant’anni dall’uscita de La notte dei morti viventi, si vuole qui ricordare l’estrema importanza che l’horror può rivestire nel campo artistico e politico, senza che esso sia limitato da scopi produttivi di bassa lega, o che venga confinato da giudizi di valore poco propensi a studiarne l’importanza storica e culturale.

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