Nel 1998 Luciano Ligabue esordisce come regista con il film Radiofreccia, che diverrà in breve tempo un simbolo della condizione giovanile italiana degli anni Settanta: la pellicola ha riscosso un inatteso successo, guadagnando tre David di Donatello, due Nastri d’argento e quattro Ciak d’oro.

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Ambientata nel 1977 in un piccolo borgo non definito nel reggiano, la vicenda del giovane Ivan Benassi, rinominato “Freccia”, è una valida testimonianza del processo di ripiegamento nella sfera privata di cui sono protagonisti molti giovani del Settantasette, delusi dal fallimento delle mobilitazioni studentesche e operaie, sperduti in una dimensione di insicurezza e rassegnazione.

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Freccia è un deraciné, non milita, non si identifica in alcun partito politico, ammettendo la sua inadeguatezza nei confronti di un mondo ostico e ingrato, lontano dagli ideali disattesi.  La mancata precisazione del luogo dove il film è ambientato vuole instaurare, probabilmente, un parallelismo fra la storia del protagonista è il periodo storico in cui egli vive; l’universalizzazione, dunque, di una condizione di sconcerto diffusasi tra i giovani nei cosiddetti “anni di piombo”, della quale la vita di Ivan Benassi è chiaramente intesa come chiave di svelamento.

Il film è incentrato sulla progressiva dispersione dell’opinione dei giovani nel sistema sociale, che potremmo definire come una “entropia” collettiva. In una simile prospettiva, alla politica italiana è conferito un ruolo marginale: questa è difatti una cornice alla quale si allude vagamente con l’unico scopo di contestualizzare la storia di Freccia, Bruno, Tito, Iena e Boris.

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La pellicola raggiunge la sua compiutezza nella misura in cui, tramite il delicato binomio giovanianni Settanta, riesce a illustrare abilmente la genesi di due fenomeni di grande importanza: la nascita delle radio libere e la diffusione della droga. Il primo fenomeno coincide con una necessità di espressione del mondo giovanile; il secondo, invece, riflette una necessità di comprensione e di evasione: la droga è qui rappresentata come unica risposta all’incapacità di fronteggiare il futuro.

Un ruolo vitale, nel film, è rivestito dalla musica: la colonna sonora di Radiofreccia è incredibilmente ricca e variegata; a rievocare il clima degli anni Settanta, sono annoverati brani come (solo per citarne alcuni) The Passenger, Long Train Running, Werewolves of London, Vicious, Rebel Rebel, Sweet Home Alabama, tutti prodotti tra il ’73 e il ’77 e ampliamente trasmessi dalle radio libere del tempo, che nel film diventano funzionali alla rievocazione di motivi ed emozioni tipici della generazione di Freccia. Can’t help falling in love è, però, il brano più rilevante: sulle note del celeberrimo inno all’amore di Elvis, successo mondiale, il film inizia e finisce. La vita di Freccia altro non è che un flashback, un momento nel tempo di chi ha perso le parole.

«A volte uno si sente incompleto, ed è soltanto giovane.»

I. Calvino