Come per tutti gli altri colossal targati Netflix anche Annihilation è stato un grande azzardo. Costato ben 4 milioni di dollari, il film, disponibile in streaming su Netflix a partire dal 12 marzo, era stato pensato per il grande schermo e non per la fruizione di massa. Ha un buon cast, la cura del dettaglio è maniacale, insomma un vero e proprio esperimento. Natalie Portman è una trasformista, capace di vestire i panni di qualunque personaggio. Siamo abituati a vederla raffinata, posata ed elegante. In questo film è una scienziata devasta dalla perdita del marito che indossa tute che rasentano lo stile dei Ghostbusters ma che mantiene sempre il suo appeal. La sua Lena simboleggia l’asse portante dell’intera pellicola, ovvero la possibilità e la necessità di trasformarsi e rigenerarsi in qualcosa di nuovo e possibilmente migliore, fuggendo dall’atavica tendenza del genere umano ad autodistruggersi.

Natalie Portman e Tessa Thompson in una scena di “ANNIHILATION”

Quello a cui siamo chiamati, sin dalle prime scene, è calarci in un mondo che non ci appartiene (almeno fino ad ora). Sembra tutto normale fino a quando si viene a conoscenza della pericolosa presenza di una “bolla” evanescente, l’area X, che sta inghiottendo pian piano città e aree verdi, la quale avanzando cambia la conformazione delle cose al suo interno. Il compito della protagonista, specialista di evoluzione cellulare, è quello di scoprire cosa sta accadendo. Insieme ad altre personalità di spicco del mondo scientifico (tutti personaggi femminili) parte in una spedizione suicida alla volta della bolla che si sta cibando del nostro pianeta.

Tutte le donne della spedizione sono disposte a tutto, non hanno nulla da perdere se non la loro stessa vita. C’è chi ha perso sorelle, figli e mariti come la protagonista. Il mondo all’interno dell’area X è colorato, fantascientifico, da favola. La natura (matrigna) è geneticamente modificata, i fiori sono diversi, sono incroci tutti geneticamente modificati come gli stessi animali.

L’idea originale di Annientamento, però, non appartiene a lui (nonostante Garland sia anche fumettista e scrittore), ma trae ispirazione dall’omonimo romanzo scritto da Jeff VanderMeer. In realtà, è bene precisare che non si tratta di un singolo libro, ma della Trilogia dell’Area X (Annientamento, Autorità, Accettazione).Questo significa che il regista ha preso spunto dall’idea dello scrittore, ma non ha seguito con precisione i fatti narrati nel primo libro; al contrario, Garland ha dato una sua interpretazione personale al romanzo, cambiadone sia la trama principale sia il finale. Oltre che ai romanzi, il regista (già autore di Ex Machina) deve essersi ispirato anche ad Arrivals di Denis Villeneuve per la struttura del racconto che balza in un attimo dal passato al presente facendo luce sulla vita del personaggio di Lena. A differenza della sua precedente pellicola quello che si percepisce è una realtà aliena che non fa paura, i colori sono brillanti, invasivi e i suoni sono i rumori rassicuranti della natura. Il mondo che viene ritratto in Annientamento va al di là della fantascienza, è un mondo altro, appartenente al genere della favola noir. Mantiene gli aspetti possibili della realtà rendendoli disturbanti per lo spettatore perché non è un horror ma terrorizza al solo pensiero. La protagonista è l’unica a tornare indietro dalla spedizione (nessuno spoiler, si vede dalla prima scena) ma torna cambiata, non sa quello che le è successo, il suo patrimonio genetico è cambiato, è una non morta.

Come un vero e proprio libro di Stephen King, questo film ci porta a riflettere: i veri mostri, alla fine dei conti, siamo proprio noi stessi.