Aquaman, diretto da James Wan, è il sesto film della DC Extended Universe, prodotto dalla Warner Bros.

Atlanna (Nicole Kidman), regina di Atlantide, viene giustiziata dal suo popolo dopo aver concepito, in una relazione clandestina con un normale terrestre, Arthur Carry, ovvero Aquaman (Jason Momoa). Quest’ultimo, una volta adulto, verrà convinto dall’affascinante Mera a sconfiggere il fratellastro Orm col fine di sventare una guerra, pretendere il suo diritto al trono e unificare nella pace gli abitanti del mare e della terra.

Fonte: cinema.everyeye.it

Aquaman è un film che fa del tripudio di effetti speciali, della frenesia delle azioni e delle situazioni, della velocità del ritmo e dei movimenti di macchina, i suoi punti forti, ed anche quelli deboli. Se l’energia della vecchia Hollywood spesso risedeva nei dialoghi concitati e brillanti di certe sue pellicole, in quella nuova non fa che alimentarsi in un vortice di esplosioni, combattimenti e colpi di scena che in Aquaman si fa perseverante e ininterrotto. La sceneggiatura non lascia grande spazio all’introspezione dei personaggi, all’approfondimento della loro storia e delle loro relazioni, anzi si piega ad una estetica totalmente assuefatta ai canoni visivi e narrativi dei moderni blockbuster, chiudendo ogni spiraglio allo scandaglio psicologico e dei temi trattati, enfatizzando la spettacolarità e cadendo spesso – e con voglia – in una messa in scena eccentrica e pacchiana.

Se in un film come Mad Max: Fury Road (2015) lo stile furioso e focoso dell’action era perfettamente studiato per immergere lo spettatore in un contesto post apocalittico dominato da violenze, sopraffazioni e ingiustizie, in Aquaman esso risulta solo eccessivo e ridondante, atto a subordinare una storia costruita su stilemi narrativi classici – quelli che pongono l’eroe in un viaggio di sfida, crescita e trasformazione -, svilendone ogni possibile messaggio mitico, morale e filosofico.

Fonte: mpaa.org

Vera prerogativa del film dunque è quella di coinvolgere lo spettatore nella fitta trama dei suoi 154 minuti, bombardando il suo sensorio con continui stimoli visivi, dinamizzando le parti dialogate con una ironia il più delle volte bambinesca e fuori luogo, attuando una convergenza multimediale – tipica della nostra era digitale – che vede una regia fluida e scattante richiamare l’estetica del videogame. La trama ne risente, accusando i colpi di una sceneggiatura poco lavorata, colma di cliché e negligenze narrative.

Poco interessante e stancante risulta essere quindi la storia di Arthur Carry, protagonista possente e virile la cui indifferenza iniziale si tramuterà in impegno e dedizione per le sorti di Atlantide e per la pace nel mondo. “La favola degli eroi/è una scemenza da intellettuali” scriveva il poeta Vladimir Majakovskij. Eppure quella dell’eroe è una figura su cui si basa tanta letteratura del passato, e su cui Hollywood continua a basare le proprie storie, inciampando spesso, come si è visto, nel banale.

Voto: 🌊🌊🌊🌊/ 10

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