di Riccardo Careddu

C’è stata grande attesa per la nuova serie italiana targata Netflix, derivata in gran parte dal fatto di cronaca a cui è ispirata. Era il 2013, quando scoppiò quello che venne definito “lo scandalo delle baby squillo”, che vedeva coinvolte due giovani ragazze della “Roma bene” in un giro di prostituzione.

Netflix (©Francesco Berardinelli)

Il caso suscitò molto scalpore e portò alla luce il coinvolgimento di svariati politici, imprenditori e persone in vista. Non solo, nel caso di una delle ragazze, venne arrestata anche la madre poiché a conoscenza dell’attività della figlia. Tutt’oggi proseguono le indagini che hanno portato a un gran numero di arresti.

Quando venne annunciata la produzione di una serie incentrata sul caso si accese immediatamente la polemica, tant’è che Lisa Thompson, vicepresidente del Centro nazionale per lo sfruttamento sessuale (Ncose), si espresse negativamente nei confronti di Netflix, reduce della bufera “Kevin Spacey”. La Thompson argomentò che non si potesse glorificare il traffico sessuale attraverso un prodotto d’intrattenimento.

Sembrerebbe tuttavia che tale glorificazione sia del tutto assente, anzi, il caso viene affrontato facendo emergere le cause alla base di tali azioni; cos’è che spinge una ragazza di quattordici verso quel mondo? La serie tenta di rispondere a tale domanda attraverso le storie dei personaggi.

Netflix (©Francesco Berardinelli)

Dopo “Suburra” la piattaforma streaming ci riporta a Roma, questa volta all’interno delle aule di una fittizia scuola privata di Roma nord, dove incontriamo Chiara, Ludovica e Damiano. I tre vivono una situazione familiare complessa, sono arrabbiati, delusi, tristi e insoddisfatti e questo li porterà a cercare una scappatoia da quei luoghi, la casa e la scuola, che avvertono oppressivi e incapaci di comprenderli. La loro storia si intreccerà con quella di altri personaggi, delineando così un contesto ben preciso, quello delle famiglie borghesi della capitale.

Chiara vive la stressante separazione in casa dei genitori, entrambi incapaci di comunicare con lei: il padre pensa di renderla felice attraverso i soldi e la madre pur di non accettare i veri problemi della famiglia, si rintana dietro un velo di ipocrisia. Ludovica vive con una madre con il complesso di Peter Pan che tenta di sentirsi giovane e alla moda truccandosi come la figlia e postando foto sui social con tanto di hashtag giovanili. Investendo in velleità e acquistando oggetti di pura vanità, la donna si dimostra incapace di gestire le finanze della famiglia. Un padre assente e gli atti di bullismo a scuola per colpa di una cattiva nomea, sono ulteriori fattori del profondo disagio della ragazza.

Seguendo i vari episodi si evince come la prostituzione non sia fine a sé stessa, ossia ricevere in cambio denaro e favori, ma un atto estremo di ribellione contro una vita che sembra dare loro tutto, ma che in realtà è priva di contenuti significativi. Al contrario, proprio per questo si è creato un vuoto che le ragazze tentano di colmare con una vita borderline.

Damiano, a differenza di Chiara e Ludovica, ha guardato oltre il velo che separa la città dal suo sottosuolo, ma solo alla fine lo attraverserà del tutto, firmando quello che possiamo definire un patto col diavolo.

Netflix (©Matthias Clamer)

Ciò che salta all’occhio subito è la rappresentazione stereotipata e antiquata di queste famiglie, che diventano il fulcro di tutti i problemi adolescenziali. Inoltre tutti personaggi maschili, a eccezione di Damiano e Fabio, sono raffigurati come ingombranti, infantili o violenti. La figura femminile viene sovrastata dall’uomo da cui di conseguenza cerca di fuggire o ne rimane assoggettata.

E come in “Caduta libera”, noto episodio della distopica “Black Mirror”, assistiamo all’intervento della tecnologia social nell’immagine quanto nella vita dei personaggi. Emblematiche sono le soggettive dal punto di vista dei cellulari che riprendono i ragazzi. Non solo, ci viene mostrato come la rappresentazione del sé sui social sia totalmente differente da quella reale, niente di nuovo insomma.

Il problema di “Baby” è proprio questo: attraverso un’estetica marcatamente ricercata tenta di mascherare la propria natura. Laddove tutti quanti si aspettavano un determinato prodotto, molto simile alle corde della HBO e incentrato interamente sul caso “baby squillo”, il collettivo GRAMS* ha deciso di proporre tutt’altro. “Baby”, infatti, sembra avvicinarsi ad un’altra serie di Netflix, “Tredici”. Ne riprende l’ambientazione scolastica quanto le tematiche: il bullismo, la noia e lo sconforto adolescenziale, gli abusi sessuali, l’uso di droghe e i problemi familiari. Oltretutto, vien da sé il paragone con altre serie del genere come “Skins”, “Misfits” o “Gossip girl”, prodotti che in maniera diversa hanno affrontato il mondo problematico dei giovani con uno stile fresco ma mai ricercato.

Netflix (©Francesco Berardinelli)

Non è la prima volta che Netflix ripropone un prodotto già collaudato, e “Baby” è uno di questi. Con nuovi personaggi viene costruita una storia su un format già solido e vincente. Inoltre, la serie si poggia su una struttura classica: l’arrivo a scuola di un ragazzo problematico, la brava ragazza che si invaghisce di lui e che grazie ad una stravagante amica scopre un modo per fuggire dalla realtà.

Il problema però non risiede nella sua natura da “teen drama”, ma nell’aver preteso di esser qualcos’altro, qualcosa di più e di nuovo. Musiche synth che cozzano con la scena, l’intreccio debole, la storia che viaggia per stereotipi e personaggi privi di profondità sono alcuni degli elementi che indicherebbero l’immaturità della serie. Il tutto sembra risultare artificioso, come una bella carta da parati che copre un vecchio muro ma che si sgretola facilmente.

Per quanto “Baby” tenti di abbracciare un target molo ampio, è indirizzata soprattutto ad un pubblico giovane in grado di rispecchiarsi nei personaggi. Per quanto gli adolescenti troveranno affascinante l’immaginario della serie, ad un occhio più adulto sembra che dia una versione contenutistica e stereotipata del contesto a cui fa riferimento. Discostandosi così dalla diversa complessità della vita reale. È un peccato, perché le aspettative, come anche gli spunti per qualcosa di interessante erano tanti.

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊/10

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