di Fabio Tandelli

Stefano (Stefano Fresi) é un sognatore di mestiere. Per guadagnarsi da vivere, studia gli arcobaleni e aggiusta il famoso specchio della città di Viganella, finché, all’improvviso, scopre di avere un fratello di 13 anni (Giovanni Fuoco). In cambio di una cospicua parte dell’eredità del padre che Stefano si é sempre rifiutato di conoscere, accetta di fare da tutore al ragazzo, amante del cinema di Truffaut e del neorealismo. I due, all’apparenza opposti, cominceranno un viaggio, fisico e metaforico, che li porterà a scoprire di essere necessari l’uno per l’altro.

Stefano Fresi in una scena del film. Foto: cinematographe.it

Guardando il film, non si può fare a meno di provare sensazioni contrastanti.

Da una parte, un amante di cinema non ha altra scelta che emozionarsi di fronte a quello che é un grande omaggio alla settima arte. In particolare, la sincerità dell’emozione che Veltroni trasmette per gran parte della pellicola é onesta e nostalgica, di quelle che solo una persona che ha visto e vissuto una enorme passione riesce a provare. Il grande punto di forza del film, infatti, è proprio racchiuso nell’umiltà del regista stesso che, quasi sedendosi accanto allo spettatore, fa capire di fare cinema per amore di Truffaut, Mastroianni, Olmi, Bertolucci, Rossellini e molti altri.

Proprio partendo da ciò, tuttavia, si coglie l’altro ineluttabile lato della medaglia, che per tutta la pellicola pregiudica la purezza del racconto stesso. Tralasciando alcune mancanze sotto il profilo recitativo, che rompono involontariamente la quarta parete, come quelle degli attori secondari (uno su tutti la giudice), o quelle di Giovanni (fratello di Stefano) nelle scene drammatiche, sono proprio le innumerevoli citazioni cinematografiche a rivelare quello che risulta essere la pecca maggiore del film: la sceneggiatura. Tutti i riferimenti, infatti, sono sconnessi e mal inseriti in un contesto narrativo che zoppica sotto diversi aspetti.

Giovanni Fuoco. © Marco Scola

Troppo spesso, la sensazione del fuori luogo si appropria dello spettatore alla vista dell’ennesimo lungo spezzone de “I quattrocento colpi” o di “Novecento“. La continuità narrativa, così, risulta troppe volte piegata a fini descrittivi non eccessivamente originali, dove le figure dei personaggi lasciano un effetto deja-vu che spesso ricade nel cliché.

Il film risulta, perciò, traballante e a più riprese anche scontato nel tratteggiare delle situazioni che, sicuramente, non sono originali già in partenza. L’immenso amore per il grande schermo non basta, nemmeno nella sua forma più pura, a intrattenere per tutta la durata del film, senza risultare grottesco e, soprattutto, poco centrato.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊/10