Sharon che russa, Sharon che balla, Sharon che si commuove rivendendosi al buio di una sala cinematografica.

È in lei che Tarantino imprime la spensieratezza e libertà della Summer of Love. Rock e infuocata come la Hollywood del tempo. Una magnifica presenza. E lei rende protagonista di una delle sequenze più significative del suo nono lavoro, probabilmente il penultimo (e forse è giusto così).

Sharon Tate-Margot Robbie cerca di entrare gratuitamente nel cinema dove stanno proiettando il suo ultimo film Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm. La ragazza al botteghino non sembra riconoscerla, poi la lascia entrare, le scatta una foto vicino al poster del film “Così la gente ti riconosce” dice all’attrice in ascesa che seguiamo fino in sala, un libro sottobraccio, prende posto, indossa i vistosi occhiali da vista, allunga le gambe, i piedi nudi appoggiano sulla poltrona davanti. E lì, nel buio che solo una sala cinematografica sa regalare, si commuove sentendo gli applausi del pubblico.

Margot Robbie è Sharon Tate in “C’era una volta…a Hollywood” © 2018 CTMG

Sorride nascondendo il viso tra le mani e i lunghi capelli dorati. È nei suoi stivali al ginocchio di pelle bianca, nei suoi short di jeans, nelle sue gambe lunghe e le valigie colorate che il regista di Pulp Fiction e Kill Bill racchiude il profumo di quel mondo. È di lei, delle sue poche battute, delle sue molte risate, che rimaniamo innamorati. Perché nessuno può sfuggire a quel fascino sempiterno della angelica Sharon Tate. Nessuno, nemmeno il re del pulp contemporaneo: Quentin Tarantino.

“Quello che successe la notte dell’8 agosto pose fine agli anni Sessanta”, diceva Joan Didion. E Tarantino da lì parte e lì torna, a quella strage, a quei fatti, a quelle vite spezzate. Nel mezzo devia, divaga, si perde tra le strade di Los Angeles dove, sempre a bordo di una macchina, veniamo a conoscenza del divo sul viale del tramonto Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e il suo stunt man, Cliff Booth (Brad Pitt).

“Se mai dovessi fare un film che parla di fare cinema, credo che una chiave, una relazione interessante sia quella tra un attore e il suo stuntman”, dice di aver pensato il regista. E così li segue, li rincorre, li viviseziona nei loro sproloqui notturni, li spia da lontano mentre mangiano e bevono Margarita o Bloody Mary, li sorprende in compagnia della hippie di turno, li accompagna nei ranch maledetti. A loro dona i dialoghi più interessanti e le battute più dissacranti.

© Andrew Cooper/Sony Pictures Entertainment

Dicono che sia il suo film più maturo. Egoistico, intimo, potente, basico, lineare. Un richiamo al cinema classico, quel cinema libero di sognare, di scriversi e riscriversi.

Perché C’era una volta… a Hollywood è prima di tutto un sogno.

E nei sogni sangue e splatter (ci sono, bisognerà attendere il finale, ma ci sono) lasciano spazio a un romanticismo asciutto, una malinconia per il bel tempo andato. Lo sguardo di Tarantino è attento, preciso, taglia quel mondo che ha saputo ricostruire magistralmente, in cui non ha esitato ad inserire tutte le sue ossessioni: i b-movies, i piedi, sempre nudi e preferibilmente sporchi, i western, l’Italia. C’è la sua profondità di campo, ci sono i suoi primissimi piani, stretti sul volto, quasi a soffocarlo, di Leonardo Di Caprio.

Nel 1969 Quentin Tarantino aveva sei anni, abitava non distante da Hollywood e il suo film preferito era Il Buono, il Brutto e il Cattivo (e lo è tuttora). Ed è importante ricordarlo. Perché C’era una volta… a Hollywood è un rimando a quella dimensione infantile, genuina e fondamentale. È una dichiarazione d’amore alle sale che l’hanno accolto e cresciuto, al pubblico che l’ha acclamato, ai cinefili, come lui. Lui che Los Angeles, da bambino, la guardava da dietro un finestrino e ora l’osserva posando l’occhio sulla macchina da presa.

Prima di Django, dei Bastardi, de Le Iene e The Hateful Height, c’è un mondo vivido e strombazzante. Un mondo che Tarantino ci restituisce più vivido e strombazzante che mai. E quando un regista apre la porta a quell’universo onirico e impossibile (si veda Fellini) quel che ne esce non può essere che un buon film.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: ©cinema.fanpage.it, © Vanity Fair
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