L’isolamento degli ultimi mesi, per alcuni versi, ha portato buone notizie: i livelli di inquinamento si sono ridotti in maniera diffusa e il nostro Pianeta ha lentamente re-imparato a respirare. A boccate lente, senza far rumore. E noi, affacciati alla finestra, non potevamo far altro che osservare ogni cambiamento dall’interno. Un’inversione di tendenza certamente temporanea, ma che ci ha spinto ad una maggiore e vitale – in tutti i sensi – consapevolezza del problema. Consequenzialmente, un’occasione (rarissima, di questi tempi) per informarsi in maniera approfondita su ciò che succede nel mondo. Quando noi umani ci siamo… e quando siamo assenti.

È così che si è generato un circolo virtuoso – potremmo definirlo un nuovo “cerchio della vita” – che ha instaurato in chi ne fa parte un rinnovato senso di unione, dinanzi a dinamiche di questa portata. Il nostro senso di responsabilità nei confronti del mondo è aumentato proprio quando ne eravamo lontani: la distanza, come sempre, porta consiglio.

Come una torcia, a fare luce sulle cose. Illuminare ciò che era (letteralmente) buio ai nostri occhi e scavare al suo interno è da sempre la mission di Exposure Lab, la casa di produzione madre di Chasing Coral, documentario unico nel suo genere. Il film, diretto da Jeff Orlowski e distribuito da Netflix, è da Aprile (e per un periodo limitato) disponibile gratis su Youtube. Anche il colosso dello streaming, infatti, ha deciso di prendere il suo posto tra gli attori di questa catena al positivo, offrendo la visione di alcuni dei suoi prodotti con l’obiettivo di supportare la cultura e l’apprendimento durante il lockdown.

Chasing Coral

Sbiancamento dei coralli. Fonte: American-Samoa © XL Catlin Seaview Survey – The Ocean Agency – Richard Vevers

Chasing Coral è un racconto dell’oceano diverso: si rivolge, infatti, a chi è davvero intenzionato ad esplorarne le profondità. Con la premessa che il confine tra l’estasi e la commozione dinanzi alle immagini che lo compongono è, nel bene e nel male, molto labile. Le sequenze in apertura al documentario mostrano fondali ricchi e vivi, abitati da tante specie animali e in cui l’acqua è cristallina. Ma si alternano, andando avanti, a tutt’altro scenario: mostrano lo sbiancamento dei coralli, evento distruttivo per la fauna marina, ma non ancora all’attenzione di tutti.

Basti pensare che i primi dibattiti mediatici in merito non hanno preso il via prima del 2005. In breve, la perdita di pigmentazione dei coralli – dovuta al riscaldamento degli oceani e all’inquinamento – è indice del loro stato di incapacità di eseguire la fotosintesi e produrre nutrimento. E la morte delle barriere coralline è un problema serio, che può compromettere il funzionamento dell’intero ecosistema marino.

Sono immagini forti, per cui non sorprenderà il fatto che un reportage girato quasi interamente sott’acqua possa far piangere. Proprio la carica emozionale di Chasing Coral è, infatti, uno dei suoi punti di forza. Si tratta di un approccio inedito per il genere documentario, che risponde perfettamente alle intenzioni di Orlowski:

“It’s not trying to intellectualize the story of humans’ impact. It’s making it emotional and visual.”

Fonte: The Ocean Agency – XL Catlin Seaview Survey – Richard Vevers

Le immagini sono ipnotiche, vivide come tasselli di un mosaico medievale; l’oceano diventa un’imponente cattedrale, una fortezza. Impariamo a guardarlo oltre la superficie, discendiamo insieme ai ricercatori e ai sub, protagonisti del film, ad ammirarne i colori. E proprio quando ce ne innamoriamo, scopriamo che quello a cui stiamo assistendo è qualcosa di passato. Entrano in gioco la rabbia, la voglia di fare qualcosa, l’incapacità di rimanere fermi davanti a quel castello che crolla. Un climax perfetto per instillare la consapevolezza di un enorme problema, potenzialmente, in qualunque spettatore.

Il lato positivo è proprio qui: c’è ancora la possibilità di trovare una soluzione. Così, il film si chiude sulle note di un dolceamaro ottimismo. “I think the reality of the world is far worse than people think, and also far better than people think” dice allora Orlowski. La puntualità non è il nostro forte, ma non è ancora troppo tardi. 

Molto spesso sembra che i cambiamenti a cui assistiamo, travolti nel vortice di un mondo che va veloce, quasi non ci tocchino. È solo con il giusto distacco dalle cose di tutti i giorni, invece, che riusciamo ad infrangere lo scudo che ce ne separa. Che è molto più sottile di quanto crediamo, se l’immagine di una tartarughina che muove i suoi primi passi sul bagnasciuga (una delle ultime scene di Chasing Coral) riesce a smuovere qualcosa dentro di noi. Riflettendo, in qualche modo, il nostro dovere da abitanti del pianeta.

Ripartire verso una nuova era (che non abbia più il nome ed il numero di una “fase”), verso un futuro sicuro e giusto per noi e per le meraviglie che abbiamo intorno.

Chasing Coral

Fonte: The Ocean Agency – XL Catlin Seaview Survey – Richard Vevers

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