Quando penso a te Baton Rouge

penso al sedile posteriore di una macchina

i finestrini sono appannati, bagnati come noi

quando la polizia ci chiede i documenti.

(Lou Reed – Baton Rouge)

 

Ad Alton Sterling, trentasettenne di colore di Baton Rouge, capitale della Louisiana, non chiesero i documenti. Fu ucciso brutalmente dalla polizia, nel 2016, vittima di un pregiudizio razziale che in periodo trumpiano sempre più si incanala nella violenza. Proprio come accadeva durante gli anni della segregazione, quando il popolo nero era ghettizzato e dilaniato dall’odio.

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A Roberto Minervini, regista documentarista attento alle contraddizioni statunitensi, l’evento di Baton Rouge interessa molto. Nel suo Che fare quando il mondo è in fiamme?, ambientato negli stessi luoghi del suo precedente Louisiana (2015), l’uccisione di Sterling diviene quasi la sineddoche di uno sprofondamento continuo, reiterato, incessante, negli abissi della violenza, del razzismo, della paura. E tale sprofondamento diviene la voragine senza fondo ed oscura dove immergere la storia dei suoi personaggi, calpestati dalle loro vite, così come da una forma cinematografiche che non lascia loro aria da respirare.

Dire “personaggi”, in un film di Minervini, nasconde dei problemi concettuali. In Che fare quando il mondo è in fiamme? la divisione tra finzione e documentario si sperde nella selva di un’immagine dove il reale, pur non essendo prodotto di una totale costruzione scenica, pare che sia visto solamente, senza che esso guardi. Vale a dire: gli esseri umani coinvolti nel progetto esibiscono tanta naturalezza di fronte alla macchina da presa, che pare si scordino di essa, tanto da risultare attori, ingabbiati quasi da un immaginario che da persone reali li rende soggetti/oggetti di scena, e viceversa.

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Minervini si concentra sulla New Orleans attuale, raccontando con sguardo partecipe ed empatico della vita di più persone, tutte accomunate dal colore della pelle, e dalle conseguenze che da questo aspetto naturale nascono e si ripercuotono sulle esistenze. C’è Judy che cerca di salvare il suo bar, prossimo alla chiusura, nel quartiere nero di Tremé; ci sono due piccoli fratelli, spaventati da una madre che li esorta a stare attenti ai pericoli esterni, che cercano di adattarsi al mondo; ci sono i militanti del Nuovo Partito delle Pantere Nere per l’Autodifesa, che lottano per il riconoscimento dei propri diritti e per la giustizia di Sterling e tutti i suoi simili.

Minervini, come già detto, sprofonda tutte queste storie in una caverna di desolazione e ingiustizia, per mezzo , prima di tutto, della forma. A dominare le immagini vi sono i volti, quasi sempre in primo piano, e alle loro spalle uno sfondo urbano irriconoscibile perché schiacciato da lunghezze focali corte, o semplicemente eliminato dalla predominanza, appunto, dei corpi. Non si respira davvero New Orleans, ma solo lo spettro di essa, di un paese come gli Stati Uniti che riverbera la propria sofferenza attraverso le espressioni e le parole dei protagonisti. Un bianco e nero di una sacralità lacerante, intenso, pieno di contrasti, non fa che meglio restituire quei conflitti razziali che assumono ormai una dimensione universale, astorica e atemporale.

Minervini si interessa e coglie la vita, la fa fluire, ma al contempo la ingabbia entro gli schemi morali della sua visione di mondo, proponendo una giusta invettiva all’odio. Questa chiusura tuttavia corre il rischio di restituire un film dove la tragedia e la lotta dell’esistenza non riescono a colpire a pieno il cuore pulsante delle emozioni dello spettatore.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: © Cineteca di Bologna
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