Adonis Creed (Michael B. Jordan) non ha appeso i guantoni al chiodo dopo la sconfitta ai punti contro “Pretty” Ricky Conlan. La sua ascesa nel professionismo, anzi, lo sta portando ad incrociarli ancora una volta per il massimo alloro.
Nella periferia di Kiev, intanto, un uomo legato a doppio filo alle vite di Adonis e del coach-confidente Rocky Balboa (Sylvester Stallone) addestra l’atleta che compirà la sua vendetta 

Il regista del primo Creed, Ryan Coogler, si sta strofinando le mani in attesa della notte degli Oscar, dove il suo Black Panther è atteso da gran protagonista (con una nomination, lo ricordiamo, come “miglior film”). L’acclamato cinecomic targato Marvel lo ha tanto assorbito che il secondo capitolo del sequel/spinoff pugilistico è stato affidato alle cure di Steven Caple Jr, giovane regista classe ’88. 

La sceneggiatura, di cui si è occupato anche lo stesso Stallone, è un continuo valzer tra coppie padre-figlio, rapporto osservato da tutte le prospettive possibili. 

Adonis Creed scopre la gravidanza della sua compagna e si appresta a diventare padre, lui che ha perso il suo – l’indimenticabile Apollo Creed – tanti anni fa sul ring, sotto i colpi di Ivan “Ti spiezzo in due” Drago (rispolverare Rocky 4 è fondamentale se non necessario per capire fino in fondo una narrazione sul filo del ricordo). Il suo mentore-padre putativo Rocky ha un bel daffare intanto a barcamenarsi tra le intemperanze da campione del suo allievo-figlioccio e il suo grande rammarico di  avere perso, oltre ad Adriana, il legame con il frutto del loro amore, Robert Balboa. Dulcis in fundo, Dolph Lundgren, tornato ad interpretare il terribile sovietico Ivan Drago, sta allenando la sua prole: un’enorme macchina tira-pugni, cresciuta apparentemente con il solo scopo di riportare alla sua famiglia il prestigio perso dopo che lo Stallone italiano ha strappato il titolo dei pesi massimi al campione russo.

Steven Caple Jr, chiamato a proseguire un racconto ormai entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo, affronta questa impresa con buon mestiere ma anche, forse, con un po’ di inesperienza. Creed viene trascinato dalle stelle ad un vero e proprio inferno dei boxeurs, fino alla rinascita, in un percorso di crescita a cui viene sottoposto per tenere testa alla vita famigliare che lo aspetta e per cacciare i fantasmi del passato. La regia degli incontri è rimasta molto efficace, veloce e coinvolgente, che permette di percepire il peso dei guantoni e il rumore delle ossa che scricchiolano, complice anche la notevole fisicità raggiunta dagli attori.

Non mancano momenti di intimità e riflessione, affidati in gran parte al placido signor Balboa, riflessivo e tormentato come non mai. Nonostante tutto si ha l’impressione che Stallone possa (e desideri) rivestire i panni del suo personaggio più amato all’infinito tanto ci si trova a suo agio. Ma la proposizione di Drago come sua grande nemesi e la costruzione della rivalità tra i rispettivi protetti non infiamma la scena, per quanto il film rimanga un apprezzabilissimo dramma sportivo condito con un po’ di nostalgia.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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