Da 5 Bloods arriva come una meteora infuocata sugli schermi di tutto il mondo, frantumandoli con la sua forza sconvolgente per poi schiantarsi nei cuori di chi la guarda. È il fuoco della rabbia, della tristezza e di quella frustrazione senza eguali che contraddistingue la filmografia di un regista come Spike Lee.

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Ciò che pare chiaro fin dall’inizio è la natura stessa dell’opera di Lee: non è solo un film. Da 5 Bloods è storia, quella dimenticata, soppressa dalla vergogna e dal senso di colpa. È la storia, purtroppo, lasciata ai margini della strada affinché la parata della “grande America” possa andare avanti senza macchia. Il cinema come mezzo di protesta, film come manoscritti, opuscoli di una condanna ad una società ferma sui propri errori, inamovibile dal suo piedistallo fatto di sangue e ossa. Da 5 Bloods è il grido ultimo di una comunità portata all’esasperazione, arriva a noi proprio quando deve. Non si può scindere l’ultimo film di Lee dalle attuali rivolte in America, e non solo. Molti direbbero che questo sarebbe un collegamento facilone, ma non lo è, e per molti e svariati motivi.

Il tessuto narrativo di questi film, la loro storia, quanto i protagonisti che la popolano, intessono con la realtà, con la rivolta, un legame indissolubile. Separare l’arte dalla realtà sarebbe un peccato gravissimo. Da 5 Bloods è strettamente legato alla realtà odierna, a livello narrativo quanto ideologico. Spike Lee parte da uno dei grandi peccati dell’America, il Vietnam, per raccontare una storia di fratellanza, d’amore, di lotta e risentimenti.

La furia di Da 5 Bloods ha inizio con uno stupendo, crudo e politico montaggio. Apre le danze il celebre discorso di Muhammad Ali del ’78: “La mia  coscienza non mi permette di sparare a un mio fratello. E perché dovrei sparargli? Non mi hanno mai chiamato negro. Non mi hanno mai linciato”. Da qui il montaggio accelera tra le note di Inner City Blues di Marvin Gaye mentre assistiamo, tra le molte cose, al lancio dell’apollo 11, alle proteste contro Nixon, al pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi in Messico fino alle rivolte della comunità afroamericana; oggi come 40 anni fa, la storia continua a ripetersi.

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Il montaggio lascia spazio al racconto di quattro veterani della guerra del Vietnam che si incontrano ormai anziani per tornare lì, dove hanno combattuto e versato sangue, per recuperare il corpo del loro caposquadra e riportalo a casa dalla sua famiglia. Ma non è solo questo il loro intento, infatti la giungla vietnamita nasconde nel suo grembo un tesoro sepolto durante la guerra e che, inizialmente avrebbero utilizzato per la lotta dei loro fratelli a casa.

Al loro arrivo trovano un paese rinnovato, ma ancora afflitto da un conflitto che non smette di mietere vittime. Le mine di un conflitto ingiusto e sanguinoso sono ancora lì, sotto una terra che non riesce a voltare pagina. Il film è accompagnato da varie didascalie che ci ricordano quelle persone reali che hanno fatto la storia, nel bene e nel male. Da 5 Bloods non smette mai di ricordarci la storia, ma anche il cinema. Spike Lee dona al film un’estetica volutamente sporca, mutevole come il movimento degli alberi mossi dal vento. Passa da un formato ad un altro, arrivando al suggestivo 4:3 del Super8.

Cita Apocalypse Now con l’iconica Cavalcata delle valchirie di Wagner e Stand By Me. Da 5 Bloods oltre ad essere la storia è anche metafora sociale. Il Vietnam è IL luogo della contraddizione americana e della guerra stessa. E allora quella giungla calda, piena d’insetti famelici e fantasmi armati diventa la raffigurazione di un mondo contrario alla tua presa sulla terra. I protagonisti stanchi, abbattuti per le loro perdite, sono invece la metafora della lotta che non si ferma.

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I pesanti zaini carichi d’oro, che gravano sulle loro spalle ricurve, rappresentano sia il fardello della loro esistenza quanto una speranza dura a morire: quella per una vita dignitosa, per un mondo non più fatto di sbarre e muri. Da 5 Bloods è crudo, diretto, senza peli sulla lingua. Il racconto pesa sul nostro corpo come un macigno. È un’opera contro il razzismo, anti-guerra e che non vuole smettere di sperare.

Dall’onirico Norman (Chadwick Boseman) al contraddittorio Paul (un magnifico Delroy Lindo) fino al pacato Otis (Clarke Peters), si ha ben chiara la linea personale di Spike Lee che riesce a donare un grave e importante spessore ai propri personaggi; aiutato anche dall’ottima recitazione dell’intero cast. Se BlackKklansman ci aveva illuminato, la nuova opera di Lee (disponibile dal 12 giugno su Netflix) ci stravolgerà.

Da 5 Bloods è un film ciclico, partorito come inizio e ritorno, dalla rabbia di Muhammed Ali alla pacatezza di Martin Luther King, che in chiusura cita Langston Hughes (il poeta nero di Harlem): “Oh, sì, chiaro e forte lo dico, L’America non è mai stata l’America per me. Eppure sono pronto a giurarlo, America sarà”. Parole che non hanno bisogno di commenti, chiudono il film e si aprono al mondo, a noi tutti.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

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