Salvador Mello è un regista in crisi, vessato da problemi fisici e dalla depressione. A causa del 30esimo anniversario del suo più grande successo, è costretto a rivedere Alberto (Asier Etxeandia), il protagonista del film, con il quale non parlava da anni. L’occasione gli permetterà di riflettere sul suo passato: ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere, per ritornare a fare ciò che ama e per cui vive

Dolor y gloria – presentato al Festival di Cannes – è il racconto di una parte della vita di Pedro Almodóvar sotto le mentite spoglie di quella del protagonista Salvador Mello (Antonio Banderas), dove i confini fra finzione e realtà sfumano nell’autobiografia. La droga, l’omosessualità e il rapporto con la madre sono i tratti che accomunano il regista al protagonista. Il cinema è l’intima connessione fra l’autore e il suo soggetto: l’uno strettamente necessario per l’altro, a creare una soggettività unica, che rapisce come poche storie sono in grado di fare.

L’onestà traspare con una forza dirompente nella pellicola, che racconta della capacità di formulare un grido d’aiuto adatto ad essere sentito da coloro che stanno attorno. Quel grido d’aiuto, inizialmente sopito, si può liberare in tutta la necessaria forza solo alla fine, quando se ne comprende tutta la sua intrinseca necessità. Almodóvar lo sa bene, e forte della sua esperienza, gioca con lo spettatore nell’esprimere la difficoltà e la solitudine che è (o forse era) comune a lui e al suo personaggio. «E’ un testo-confessione. Non voglio che mi riconoscano» dice Salvador ad Alberto riferendosi a un monologo appena scritto. E sarà proprio la rappresentazione di questo monologo a dar vita al percorso catartico che caratterizzerà la seconda parte della pellicola.

Alberto (Asier Etxeandia) e Salvador (Antonio Banderas): dal sito Warnerbros©

Questo percorso è costellato di espedienti e ricadute, ma mai abbandonato. L’eroina  è la sua declinazione più contingente, la via più facile da intraprendere quando tutto il resto sembra vano: «l’amore non salva le persone» dice Alberto recitando un verso scritto da Salvador. Allora cosa, se non la droga?

A poco a poco il passato si ripresenta, assumendo le forme più diverse, fino a condensarsi nella persona alla quale è stato più sentimentalmente legato: Federico, un vecchio amante. Da ciò la risposta nasce lentamente, come se maturasse nella crescente consapevolezza del protagonista. Il cinema può riuscire dove tutto il resto ha fallito, così che anche il rapporto con la madre possa giungere a una ricomposizione serena, grazie al cinema e alla rappresentazione del conflitto stesso.

Federico (Leonardo Sbaraglia) e Salvador (Antonio Banderas): dal sito Warnerbros ©

Antonio Banderas è il personaggio nella sua interezza. La pesantezza della condizione esistenziale si esprime nella camminata lenta e  nelle mosse quotidiane che sembrano estremamente difficoltose. Ogni passo sembra uno sforzo titanico, la desistenza sembra imminente in ogni momento. Ciò col tempo si trasforma in un volto sempre più disteso e rilassato che ricalca, passo dopo passo, il mutare della situazione vissuta da Salvador.

Dolor y gloria è un film che rimane dentro, perché immensamente umano. La debolezza e il riscatto che vengono ritratti sono al contempo intimi e universali. Il cinema si schiude nella sua forma più intima. Un racconto di vita vero ed onesto, che sa commuovere e al contempo colpire, nudo e diretto come l’arte dovrebbe essere.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Immagine di copertina: Locandina del film, Warnerbros  ©
© riproduzione riservata