di Francesca Accurso

Cosa accade quando si è privati della parte del corpo connessa alla sensibilità tattile? A chiarirlo è il sorprendente film d’animazione francese, Dov’è il mio corpo?,traduzione dell’originale J’ai perdu mon corps, che segna l’esordio al lungometraggio, del regista Jérémy Clapin, (già conosciuto per i suoi corti dalla sensibilità innovativa).

La pellicola ispirata al romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, sceneggiatore del fortunato Il fantastico mondo di Amelie − che ha firmato l’adattamento cinematografico insieme al regista − è stata presentata e premiata alla Seimane de la Critique del Festival di Cannes 2019. Continua a mietere successi, con il riconoscimento della giuria e del pubblico, al Festival Internazionale di Annecy, la più importante kermesse dedicata al cinema d’animazione.
Prodotto da Marc Du Pontavice e distribuito da Xilam, il film è approdato il 29 novembre su Netflix, che proprio durante la settimana cannense ne ha acquistato i diritti internazionali.

Parigi. Una mano mozza riprende vita in un laboratorio di anatomia e sfugge al suo triste destino che la vedrebbe racchiusa in un freezer. Ha bisogno di sentire il tocco, di ricongiungersi al resto del suo corpo.  Comincia così, la sua avventura lungo i tetti e le strade della città, difendendosi strenuamente da pericoli, intemperie, piccioni affamati e ratti spietati. Parallelamente, dei flashback ricostruiscono la vicenda del giovane Nauofel, ritrovatosi a fare il porta pizze, un lavoro che non gli si addice affatto. La sua triste e solitaria quotidianità, fatta di continui ritardi nelle consegne e riprese costanti del suo capo, si alterna ai ricordi della sua infanzia: quelli di un bambino, che chiede a suo padre come fare per catturare le mosche. Sogna di diventare un pianista e un astronauta. Fare entrambi. Gioca con i granelli di sabbia e registra con un registratore a cassette, i vari suoni che lo circondano. Eppure, grazie al suo lavoro, conosce Gabrielle, la giovane bibliotecaria che abita al 35esimo piano (lì, dove si vede l’orizzonte), di cui si innamora. I ricordi potrebbero aiutare a capire il motivo della mutilazione.

Una sfida cinematografica notevole, legata alla creazione di un linguaggio del corpo e vocabolario di sensi incentrato su una mano, che si muove, pensa, ricorda.
Il regista si affida ad un montaggio ben studiato di flashback, dal taglio chirurgico, che intervallano due storie volte a costituire un unicum. L’una rimbalza nell’altra, come un puzzle, che si combina affinché le due realtà possano convivere: la storia del giovane Naoufel, e quella della sua liberazione. La telecamera segue costantemente la sua azione dal basso e mette in scena i sentimenti e le emozioni provate, trasmettendo la paura, la tensione e al contempo la potenza dei propri sogni.

Interessante inoltre, l’aspetto sonoro: la musica che vede la firma di Dan Levy, si adatta perfettamente al tatto e alla vitalità del viaggio compiuto dalla mano per ritrovarsi.

Un continuo rincorrere sé stessi, verso quell’orizzonte, che è vita. Perché, aldilà della componente ultraterrena, il film, pone al centro l’amore e la voglia incessante di vivere, nonostante le difficoltà.

Un film d’animazione dalla libertà e maturità adulta, malgrado la macabra premessa iniziale, dalla resa originale. Lo spettatore può cogliere in simbiosi, i diversi aspetti di una storia d’amore dalla toccante bellezza, e il racconto di un personaggio senza occhi, né espressione, volto a rincorre il suo corpo fatto di vita e di desideri.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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