Passione e malinconia. Ferocia e stanchezza. Fratellanza e diffidenza. Questi i sentimenti che si dipingono nei volti dei personaggi di Fratelli nemici – Close enemies di David Oelhoffen. Sentimenti che si riverberano nel pesante e indifferente cemento delle banlieue parigine, trascinando la loro eco fin in capo ai grattacieli, fin al grigiore del cielo.

Quella di Fratelli nemici è una storia semplice che si carica delle tensioni narrative ed emotive tipiche del noir e del polar francese, assumendo una prospettiva realista che tenta di indagare la condizione sociale delle periferie francesi. Manuel (Matthias Schoenaerts) e Driss (Reda Kateb) sono due algerini cresciuti assieme nello stesso quartiere ma divisi da diverse scelte di vita: uno è un malavitoso inserito nel traffico internazionale di stupefacenti, l’altro un agente della narcotici che proprio per la conoscenza del contesto in cui è vissuto viene ingaggiato per infiltrarcisi e catturare i pezzi grossi. La diffidenza iniziale tra i due è destinata a sfumare dal momento in cui un caro amico di Manuel legato al giro di stupefacenti viene ucciso da due sconosciuti serial killer. Entrambi adesso hanno bisogno l’uno dell’altro per regolare i propri conti personali, scoprendo tuttavia un attaccamento che risale alle origini della loro infanzia.

Fonte: manzopiccirillo.com

Una storia semplice che procede secondo i binari ben collaudati e conosciuti del genere, facendo attenzione a non uscirne troppo, anzi rimanendone ben saldata e fedele. Strategia autoriale questa che potrebbe risultare priva di originalità e mordente. Verissimo. Ma è anche vero che Oelhoffen, puntando sulle ripetitività dei codici narrativi, decidendo addirittura di non addentrarsi troppo nella vita dei personaggi, sceglie invece di incanalare il dramma nei movimenti nervosi della macchina da presa, negli sguardi dei personaggi su cui, come abbiamo già detto, sembrano innestarsi tutte le tragedie e le esperienze di un passato taciuto, di un presente colto solo attraverso il movimento e le necessità della sopravvivenza.

Saranno allora gli attori, coi loro occhi e con le loro bocche, coi loro movimenti, con le loro riflessioni scandite più dall’energia delle scelte che dall’introspezione delle parole, a reggere le dinamiche di certo noir cinematografico, a sintetizzarne i codici, a farne vibrare l’espressività esistenziale ed emotiva, più che l’incedere narrativo. Più che architettare una rilettura personale, Oelhoffen costruisce una storia lineare e coerente, condensando il genere nei personaggi, nella messa in scena e nel paesaggio, tingendo di sofferenza e indifferenza i rapporti famigliari tra criminali, nonché la vita ai margini degli immigrati parigini.

Un’operazione, come già detto, poco originale, ma che ha dalla sua un’efficacia cinematografica capace di veicolare pensieri, sensazioni ed emozioni.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

 

Fonte delle immagini utilizzate per l’articolo: www.manzopiccirillo.com

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