A partire dal 7 gennaio ritorna in sala, grazie al progetto Il Cinema Ritrovato promosso dalla Cineteca di Bologna, la versione restaurata del grande classico di Alfred Hitchcock Gli uccelli (1963). Il film rappresenta uno dei vertici stilistici del maestro del brivido: una brillante e sperimentale messa in scena concorre, insieme ad una studiata sceneggiatura, a creare una storia fortemente suggestiva ed allegorica, dove gli elementi visivi e narrativi si fanno carico di una feconda stratificazione di significati ed interpretazioni.

Il film, inspirato dall’omonimo racconto di Daphne De Maurier, racconta di Melanie Daniel (Tippi Hedren), una ragazza della buona società di San Francisco che si reca a Bodega Bay per regalare due “love birds” in gabbia ad una ragazzina sconosciuta il cui fratello, Mitch, (Rod Taylor) risulta ai suoi occhi un avvocato affascinante e attraente. Ferita in testa da un gabbiano, è invitata a restare un giorno a casa dell’uomo, dove risiede pure la madre, la quale si dimostra ossessivamente gelosa nei confronti del figlio. Pian piano una strana e inquietante calamità naturale sembra colpire la cittadina, stravolgendone i normali equilibri: stormi di uccelli cominciano ad aggredire la popolazione, spargendo paura e morte. Sarà in mezzo a questa catastrofe che il desiderio tra Melanie e Mitch verrà messo alla prova, così come il conflittuale rapporto tra la donna e la madre.

 

Fonte: malastranavhs.wordpress.com

La storia, costruita in modo molto classico seguendo le tre unità di luogo, tempo ed azione della tragedia classica, accoglie dentro di se le consuete tecniche espressive elaborate da Hitchcock, le quali ormai sono giunte a piena maturazione; ma presenta anche dei caratteri sperimentali di innovazione, frutto delle rinnovate strategie lavorative ed estetiche del regista.

Tra gli espedienti stilistici già cari ad Hitchcock, vi sono quelli atti a permeare il film di suspense, ovvero di quel particolare sentimento di ansietà e tensione con cui lo spettatore segue lo svilupparsi dell’intreccio narrativo. Pensiamo alla scena in cui i bambini fuggono da scuola, trovando fuori dei corvi in muta attesa, pronti ad attaccarli: qui il montaggio, anziché veloce e teso, si fa lento e carico di presagi; i suoni dialogano in maniera minacciosa con le inquadrature e con il fosco silenzio degli uccelli. La suspense raggiunge livelli di estrema e saggia articolazione tecnica.

Ma oltre all’attenzione scrupolosa verso la messa in scena, c’è anche spazio per l’imprevisto. Hitchcock, regista attento al dettaglio e alla precisione organizzata, afferma nell’intervista con François  Truffaut raccolta nel libro Il cinema secondo Hitchcock (Il Saggiatore, 2014), di essersi “lasciato andare a delle improvvisazioni”, aggiungendo scene fondamentali al film, e tagliandone altre fin troppo inutili. Hitchcock si avvicina in questo film a un certo fare registico considerato più autoriale e moderno non solo per i suoi lampi improvvisi di intuizione ma anche per la colonna sonora, la quale consiste per lo più dei versi gracchianti e minacciosi degli uccelli, studiati come fossero una vera e propria partitura, riprodotti per mezzo di strumenti elettronici all’avanguardia.

La scena carica di suspense dell’attesa dei corvi. Fonte: cinelapsus.com

Ma forse, ciò che è più moderno nel film, è la scelta di lasciare oscure le motivazioni per cui gli uccelli decidono di attaccare gli umani. Nessuna spiegazione interviene a cucire le lacerazioni di un evento traumatico il cui carattere fantastico permane nel suo insondabile mistero. Una macchinazione perversa e occulta sembra guidare quelle bestie; una macchinazione affascinante e profonda, che negli anni si è mossa secondo le diverse interpretazioni che su di essa hanno tentato di dare critici e studiosi. Quelle che qui più ci interessano, tralasciando quelle religiose ed ecologiche, sono quelle psicoanalitiche, che vedono nell’attacco degli uccelli l’espressione di un desiderio latente appartenente ai personaggi, così come agli spettatori.

L’aggressione degli animali, in quest’ottica, potrebbe essere vista come la manifestazione della gelosia della madre di Mitch, la quale per vendetta scaglia tutta la sua violenza allegorica su Melanie. Ma non è l’unica interpretazione.

Lo studioso Raymond Bellour, nel suo L’analisi del film (Kaplan, 2005), analizzando le inquadrature e il gioco di sguardi che si viene a creare tra Melanie e Mitch in una scena de Gli Uccelli, afferma come i rapporti tra i due personaggi “mettono in gioco un desiderio reciproco la cui violenza trasgressiva cade su Melanie che compie il dono [i “love birds”] e ne riceve il segno minaccioso [l’attacco del primo uccello]”.

Slavoj Žižek, nel suo L’universo di Hitchcock (Mimesis, 2008), vede questo segno minaccioso perpetrato da una figura tipica del cinema di Hitchcock, quella “di un Dio crudele, insondabile ed egoista che gioca sadicamente con i destini umani”. Ora, questo Dio, secondo Žižek, non è che il regista stesso, il quale muove la propria performance sadica facendo leva sul sadismo dello stesso spettatore: “Nella realizzazione completa del suo desiderio, lo spettatore ottiene più di quanto avesse chiesto […] ed è dunque forzato ad ammettere che […] era effettivamente manipolato dall’unico vero sadico, Hitchcock stesso. Questa consapevolezza mette lo spettatore di fronte alla natura contraddittoria e divisa del proprio desiderio”.

Fonte: cameralook.it

La realtà simbolica, strutturata dal linguaggio e guidata dalla Legge del Padre, viene squarciata ripetutamente nel film dalla presenza degli stessi uccelli, i quali rappresentano, secondo lo studioso, proprio il Reale, ovvero “una macchia psicotica che riempie il buco nel simbolico, dando corpo a un indicibile”, “la Cosa inavvicinabile che resiste alla sua soggettivazione”, con cui, in ultima analisi, il soggetto (cioè lo spettatore) si identifica. In una scena, una inquadratura dall’alto ci restituisce la visione aerea di Bodega Bay; d’un tratto, “non appena gli uccelli entrano in campo da dietro la macchina da presa, l’inquadratura si trasforma in un’inquadratura ‘soggettiva’ che corrisponde allo sguardo della cosa oscena, cioè degli uccelli assassini”. Lo spettatore non può che rimanere intrappolato in questo sguardo osceno, indagando la propria perversione.

La genialità di Hitchcock risiede proprio nella sua bravura nel manipolare l’universo mentale ed emozionale dello spettatore, agendo con grande controllo nella materia cinematografica, e facendocene scoprire le immense possibilità espressive e comunicative.