Questo non è solo un buddy movie. Allo stesso modo dei lontani Easy Rider, Butch Cassidy, Thelma & Louise o del recente Green Book di Peter Farrelly, il regista Jacques Audiard racconta principalmente l’America, un’epoca e il suo ridestarsi dal sogno dei padri fondatori. E sono proprio loro, ad un livello più intimo, a condizionare le azioni dei protagonisti, i padri.

Uomini violenti, alcolizzati, anaffettivi e le cui colpe ricadono suoi figli. Ora adulti, ne pagano il prezzo, eventi indelebili da cui cercano di rifuggire, cercano un via d’uscita da un mondo che non sentono più loro. È questo quello che accade a Eli e Charlie Sisters, rispettivamente John C. Reilly e Joaquin Phoenix e come loro John Morris (Jake Gyllenhaal) e Hermann Warm (Riz Ahmed).

Joaquin Phoenix è Charlie Sisters (2018 © copyright Shanna Besson)

Perché Audiard opera su due fronti, raccontando due coppie diverse come all’epoca fece Giuseppe De Santis in Caccia tragica e Riso amaro. Non due coppie amorose, ma due fratelli e due nuovi amici che vivono il tramonto del selvaggio west. Gli spazzolini, i sanitari e i lussuosi palazzi subentrano nella realtà di quegli uomini che hanno conosciuto fino a quel momento solo la sella del loro cavallo e la polvere da sparo sulle loro mani. Iniziano a germogliare i primi fiori della modernità.

Siamo nel 1851, Oregon, Charlie e Eli Sisters sono due pistoleri al soldo del ricco Commodore (Rutger Hauer). Un giorno vengono incaricati di raggiungere e uccidere un chimico la cui formula potrebbe ribaltare le sorti della caccia all’oro. John Morris, un altro dipendente del magnate, è già sulle sue tracce e i due fratelli in una corsa forsennata tra sparatorie e battibecchi daranno forma al loro legame. Una ricerca di ciò che rimane della loro umanità.

La regia di Audiard è suadente, prima sottrae e dopo moltiplica. Un magnifico gioco di vicinanza e lontananza dall’azione, dalla violenza di un mondo fatto di colpi di pistola. L’oscurità e poi la luce. La fotografia di Benôit Debie è il perfetto braccio destro dell’occhio del regista, come dimostra da subito la scena iniziale del film. Un nuovo tocco europeo ad un genere prettamente americano, capace di andare oltre la morale patriottica e individualista. I piani onirici, lo sguardo in macchina e le situazioni comiche sono il mezzo con cui si dà forma al catartico viaggio dei personaggi.

John C. Reilly è Eli Sisters (2018 © copyright Shanna Besson)

Un risveglio della coscienza che trova in Phoenix e Reilly i perfetti volti di uomini dilaniati. Violento e ubriacone il primo, pacato e gentile il secondo. Due personalità che si scontrano e incontrano con una chimica eccelsa. Non c’è separazione tra attore e personaggio; loro sono la maschera.

Gyllenhaal e Ahmed incarnano invece il sogno, la visione utopistica del prossimo balzo in avanti dell’essere umano. La loro bravura riesce a cogliere la profondità del loro ruolo. Tutti loro vengono cullati ed eccitati dalla colonna sonora del sempre impeccabile Alexandre Desplat, che veste il film di un’aura mistica e disagiante.

Vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia e di quattro premi César – regia, fotografia, scenografia e sonoro – I fratelli Sisters ci ricorda come il western non sia ancora un genere in declino, ma un bacino sempre fresco da cui poter attingere per raccontare l’essere umano. Un esempio è il recente La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen. Abbondonate le strade cittadine a lui tanto care, Audiard si approccia in modo superbo ad un genere prima sconosciuto, deliziandoci con un’opera comica, certo, ma capace di entrarci nelle ossa.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Fonte delle immagini: 2018 © copyright Shanna Besson