I miserabili non è l’ennesima trasposizione cinematografica del romanzo di Victor Hugo. Questo è ovvio, scontato, ma non così tanto. Perché il film di Ladj Ly è sì una trasposizione, ma non del testo, dei personaggi, bensì dell’essenza stessa del libro.

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Gli Champs-Élyséesin festa per la vittoria della Francia ai campionati mondiali di calcio del 2018 (photos courtesy of Lucky Red).

La storia poteva esser ambientata in qualsiasi periferia del mondo, e allora perché proprio a Montfermeil? Anche questa può sembrare una domanda sciocca, eppure non lo è. Perché il fatto stesso di aver ambientato la storia nel luogo del romanzo dà valenza storica al racconto.

Passato, presente e finzione si incontrano nello stesso punto, dove intrecciano un rapporto indissolubile. Nel film, infatti, convivono diverse anime, diverse volontà che parlano tra loro. La volontà registica di Ly comunica con l’anima del racconto di Hugo, e quindi Hugo stesso. La finzione fa da intermediario tra il presente e il passato, e la realtà odierna di quel luogo trova una sua rappresentazione nell’incontro tra queste volontà.

Tali fattori ci restituiscono un ottimo e onesto ritratto di questo spaccato della Francia. La lotta di classe non appare come un pretesto narrativo, ma il film stesso. Non la cornice, ma il dipinto dove i personaggi si animano. Ladj Ly non parte dalla lotta sociale per raccontare l’uomo, perché la lotta stessa fa parte della vita di quelle persone.

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Damien Bonnard (Stéphane Ruiz), Alexis Manenti (Chris) e Djibril Zonga (Gwada) in una scena tratta dal film (photos courtesy of Lucky Red).

In senso opposto viaggiano riprese e inquadrature. I Miserabili è permeato da un taglio quasi documentaristico, si percepisce una certa separazione tra noi che guardiamo e ciò che accade. Questo perché Ly evita intelligentemente il solito dualismo tra giusto o sbagliato. Possiamo intuire la sua posizione, ma il film non si schiera.

Da una parte abbiamo il “trio” di poliziotti e dall’altra un quartiere/nazione. Montfermeil è un micro mondo con le sue regole e i suoi capi di stato, un luogo denigrato e relegato ai margini. Il povero, il “miserabile” è ancora una volta l’ultimo tassello di una società dedita al progresso, che non ha tempo di salvare ciò che viene etichettato come insalvabile.

La rabbia, il risentimento e la frustrazione sono i primi sentimenti a prendere il sopravvento. Le azioni che ne conseguono passano da ciò che è giusto a ciò che è sbagliato, e viceversa. Come afferma Hugo: “Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori.”

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Il piccolo Issa (Issa Perica) insieme ai suoi amici del quartiere (photos courtesy of Lucky Red).

In quest’ottica si osservano le azioni dei tre poliziotti in modo analitico. Chris (Alexis Manenti) è un poliziotto violento e impulsivo e le sue azioni travalicano il suo dovere. È un ulteriore gangster di quartiere, la mano di ferro della polizia. Gwada (Djibril Zonga) quello gentile, ma che al primo errore rischia di cadere in fallo come il collega. Ruiz (un ottimo Damien Bonnard) è il nuovo arrivato che farà da contraltare alle azioni di Chris. Tutti e tre incarnano differenti spiriti.

Per tutto il film seguiamo la loro ronda per il quartiere e l’indagine su un’insolita scomparsa (Deus ex machina del racconto) fino alla catastrofe. Nei due giorni di ronda, Ladj Ly analizza le gravi tensioni tra l’anti-crimine e la popolazione povera, soffermandosi sulle varie implicazioni etiche delle scelte dei personaggi. Ma il film non ci dà risposte, apre domande sulle varie scelte dei personaggi, e questo vale anche per i residenti del quartiere.

I miserabili è un thriller ansiogeno, perfetto nella sua scrittura e nella potenza delle immagini. E se Ladj Ly è l’occhio esterno, quello del drone in senso opposto diventa quello interno. È il quartiere stesso che si osserva per mezzo del piccolo e introverso Buzz. Interno ed esterno, dentro e fuori le case di Montfermeil.

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I membri della comunità di quartiere in un’intensa scena del film (photos courtesy of Lucky Red).

Il giovane Issa, prima malmenato e in seguito umiliato, diverrà lo specchio del mondo che lo circonda, degli adulti appunto. Quest’ultimi guardano la realtà attraverso un prisma, che la distorce e frantuma. Giusto e sbagliato si mescolano senza soluzione di continuità.

Un’ambiguità dell’uomo portato all’eccesso, e nel suo eccesso così reale e tangibile. La rabbia si scontra con il dovere, il controllo con la libertà, il potere con la l’umiliazione. Un ciclo di imposizioni che si chiude in un finale aperto, che non ha bisogno di una conclusione delineata, perché non esiste. Ed è proprio in quel finale, dove gli sguardi armati delle due “fazioni” si osservano, che Ladj Ly racchiude tutta la forza del suo bellissimo I Miserabili.

Immagini di copertina: © Lucky Red
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