Che succede Jim? Uno dei più affermati registi indipendenti americani sembra esser pervaso da una crisi interiore e, a soli tre anni dal quel piccolo gioiellino che è stato Paterson, Jarmusch porta in sala un film in cui si evince tutta la sua profonda autoriflessione. Ripercorre i suoi passi, riprende figure del suo cinema e le muove in un grande palcoscenico citazionistico, a partire da quel lontano (ma sempre attuale) La notte dei morti viventi di George A. Romero.

Adam Driver è l’agente Ronald Peterson in una scena del film (Credit: Frederick Elmes/Focus Features © 2019 Image Eleven Productions, Inc.)

I non-morti non rappresentano più l’altro, il diverso che avanza inesorabile portando scompiglio nell’ordinario, ma l’incantesimo del consumismo: noi stessi . Un tema non nuovo e oggigiorno abbastanza dibattuto. Jarmusch cade in fallo e invece di raccontare in modo sottile e sottointeso il mondo contemporaneo si pone in alto, incarnandosi nell’Eremita Bob di Tom Waits. Quest’ultimo è l’occhio e la voce lontani che osservano la catastrofe e la commentano con un fin troppo marcato moralismo.

La trama è semplice: nella tranquilla cittadina di Centerville le cose non vanno come dovrebbero, gli animali impazziscono, gli orologi si bloccano e le ore di luce diventano imprevedibili. La spiegazione degli scienziati risiede nello spostamento dell’asse terrestre e ne temono le ripercussioni, che non tarderanno ad arrivare. E infatti i morti risorgono, attaccano i vivi e sembrano esser ancora preda dei loro vecchi vizi. Gli abitanti del posto dovranno così lottare per la loro sopravvivenza.

Il regista porta in scena un cast d’eccezione, composto soprattutto da suoi attori feticcio come Bill Murray, Tilda Swinton, Tom Waits e il recente Adam Driver. Tra gli altri figurano Chloë Sevigny, Steve Buscemi, Danny Glover, Caleb Landry Jones  e Selena Gomez. Non mancano neanche vari cameo, vediamo Iggy Pop, RZA, Carol Kane e Sara Driver nei panni di fantasiosi e irriverenti zombie. La verve dei singoli è sempre palpabile, ma vengono posti nella resina come insetti. Possiamo ammirarne la bellezza, ma solo attraverso la fissità di un vetro che non ci restituisce nessuna emozione.

Tilda Swinton è Zelda Winston in una scena del film (Credit: Frederick Elmes/Focus Features © 2019 Image Eleven Productions, Inc.)

In I morti non muoiono si riconosce tutto Jarmusch: la fissità, la dilatazione dei dialoghi, l’utilizzo del piano sequenza e della camera fissa. A tratti divertente e in altri suggestivo, il film sembra esser però spaccato in due dall’autoriflessione del regista e dal suo fare cinema. La storia è una forsennata corsa all’indietro che conduce ad un epilogo a nostro avviso forzato. Rivediamo Ghost Dog – Il codice del samurai nel personaggio di Tilda Swinton, Stranger Than Paradise nel trio hipster con Selena Gomez, Paterson nel personaggio di Driver il cui nome qui è Peterson. Non mancano i riferimenti al cinema horror e a Star Wars come a Sturgill Simpson, la cui The Dead Don’t Die permea l’intero film.

Tablet, Xanax, giocatoli, caffè e Chardonnay (la scena con Carol Kane è esilarante) sono le fissazioni dei non-morti e per il regista gli oppiacei del nostro tempo che ci distraggono dall’iminente disastro ambientale. L’Horror viene qui piegato a una differente narrazione, per quanto la musica e il piano sequenza che accompagnano il risveglio del cimitero creino una scena suggestiva.

Inoltre, Driver e Murray rompono la quarta parte, a conferma di un più ampio ragionamento del regista che qui si dimostra esser ben lontano dagli stupendi Dead Man con Johnny Depp e Solo gli amanti sopravvivono. Un vero peccato perché su carta I morti non muoiono poteva esser un capolavoro.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Immagini di copertina: ©2019 Abbot Genser/Image Eleven Productions, Inc.
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