di Axel Caponio

Nell’immaginario del bravissimo attore e regista Sergio Rubini, che ne Il Grande Spirito dà libero sfogo a tutta la potenza simbolica ed evocativa della parola e della fotografia, Taranto è una antica terra sacra, un tempo ricca di praterie e bisonti, una terra una volta abitata dagli indiani Sioux e oggi profanata dagli jankee che l’hanno violentata, imponendole il Dio Denaro e le logiche del mercato e dell’economia, cui la purezza degli indiani non sa opporre resistenza.
Il Dio Denaro, che uccide ciò che è sacro, ha le mostruose e apocalittiche sembianze di una fabbrica di ferro e acciaio che la notte sbuffa fumi e polveri, che contamina e annienta tutto ciò che le sta attorno, imponendosi sinistramente sullo spazio circostante.

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Su questo sfondo ispirato è costruito il Grande Spirito, un film dal respiro poetico che cerca continuamente di elevarsi rispetto alla trama principale, al “main plot”, direbbero gli americani, quasi che la sua anima volesse volare più in alto, per offrire più livelli o chiavi di lettura.
Tonino (Sergio Rubini, Mio Cognato, Manuale d’amore, La Terra), detto “Il Barboncino” è un delinquente che si ritrova tra le mani tutto il cospicuo bottino di una rapina fatta insieme ad altri complici. Decide di fuggire solitario tra i tetti dei “Tamburi” di Taranto, tradendo i suoi soci in affari e tenendo solo per sé la refurtiva. Quei soldi e gioielli sono l’ultima possibilità di riconquistare l’avido cuore di Milena (Bianca Guaccero, Terra bruciata, Hollywood flies, Liola), la donna che ama e ha perduto.
È ferito ad una gamba e braccato.

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Si imbatte così in Renato (splendidamente interpretato da Rocco Papaleo, Basilicata coast to coast, The Place), un bizzarro abitante “dei cieli” di Taranto che si fa chiamare “Cervo Nervo” : occupa abusivamente il terrazzo di un palazzone del Quartiere Tamburi, veste come un nativo pellerossa, sguscia atleticamente da un balcone all’altro, cura con erbe officinali  la gente e la notte accende fuochi fatui, abbandonandosi a strali e profezie.
Per Cervo Nero, Tonino è “l’uomo del destino”, giunto a salvare lui e gli indiani dallo sterminio, per Tonino e per gli abitanti del palazzo, “Cervo Nero” è un povero pazzo isolato dal resto del mondo. Nell’angusto spazio di quella terrazza, dove “l’uomo del destino” è rifugiato, nasce una stretta relazione, a tratti comica, altre volte struggente, tra i due strambi personaggi, entrambi braccati dalla vita.
Su loro aleggia “il Grande Spirito”.

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Osservare il mondo da una nuova prospettiva, scoprire nuove strade fino ad allora sconosciute: ecco la via d’uscita, la risposta alle domande irrisolte, ai dubbi di Tonino.
Ed ecco che “il Grande Spirito” diviene in questo modo una grande metafora: guardare oltre, abbracciare con lo sguardo nuovi orizzonti per tirarsi fuori dai vicoli ciechi della vita.
Solo così la nostra anima può volare alta, librarsi, purificata, nel cielo limpido di Taranto e del mondo intero.

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