A venticinque anni di distanza dall’uscita de Il Re Leone, la Disney ne porta in sala una versione del tutto moderna, realizzata con un’impeccabile computer grafica e un marcato fotorealismo che permea l’intera opera diretta da Jon Favreau, già autore del live action de Il libro della giungla. Tale scelta, però, porta il film ben lontano dalla magia e dagli sgargianti colori del classico d’animazione. Avvicinandosi più al documentario, e perdendo così in pathos e coinvolgimento emotivo.

Mufasa (James Earl Jones) e un Simba ancora cucciolo (JD McCrary) in una scena del film (©2019 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.)

La storia ripercorre parola per parola, salvo qualche cambiamento e mezz’ora di scene aggiuntive, l’originale degli anni novanta. Dall’iniziale celebrazione della nascita di Simba alla morte di Mufasa (scusate lo spoiler), dalla vita senza pensieri con Timon e Pumba al ritorno del re e alla cacciata di Scar. L’Amleto di Shakespeare rivive ancora una volta nell’Africa Disneyana e nel cuore dei protagonisti.

La resa visiva è magistrale e suggestiva, veniamo immersi a pieni polmoni nella savana, di cui possiamo quasi sentirne gli odori e quasi toccare con mano le fulve criniere dei leoni. Tuttavia, il photo real scelto per il film si dimostra un’arma a doppio taglio, pregio e difetto di questo nuovo live action che deve fare i conti con un cast interamente animale. Infatti, ciò che viene a mancare è l’espressività dei personaggi, relegati ad una ristretta mimica facciale. Al cinema, prima ancora della storia, sono il volto e il corpo (quanto i giochi di luci e ombre su di essi) a trasmettere la pura emozione.

Simba (Donald Glover), Timon (Billy Eichner) e Pumbaa (Seth Rogen) in una scena del film (©2019 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.)

Tutto ciò, qui, viene a mancare e l’esperienza visiva risulta estraniante nell’osservare questi animali parlare. Le voci dietro i protagonisti fanno da contrappeso, trasmettendone i sentimenti e le pulsioni, ma i loro musi si muovono appena e i loro occhi non lacrimano. Accantonati i movimenti antropomorfi dell’originale, le scene cantate sono le prime a risentirne. Lo sfarzo colorito dei pavoni e dei fenicotteri in Voglio diventar presto un re e la tetra marcia delle iene in Sarò re, sembrano render meno nella loro veste realistica.

Il doppiaggio italiano, inizialmente, fa leva sulla tonante voce di Luca Ward (Mufasa) e quella intrigante di Massimo Popolizio (Scar), ma nella seconda parte Marco Mengoni (Simba adulto) ed Elisa (Nala adulta) non reggono il confronto con i colleghi, risuonando come note fuori posto e ne accentuano l’alienazione.

Scar (Chiwetel Ejiofor) e le iene in una scena del film (©2019 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.)

Oltretutto viene spontaneo chiedersi, in ragion del fatto che poco è stato cambiato dal lontano originale, quale sia la ragione che ha spinto alla realizzazione del film. Simba, come allora, torna a quella casa sicura che è la “Roccia dei Re”, simbolo della famiglia tradizionale e della consuetudine come unica certezza, cozzando con il balzo in avanti dalle recenti produzioni Disney come Aladdin o Toy Story 4. Ma la risposta arriva veloce come il vento e risiede negli esorbitanti incassi che hanno portato Il Re Leone di Favreau a scalare la classifica dei maggior incassi nella storia del cinema.

Detto ciò, il film rimane comunque un’ottima attrattiva per famiglie e un latore di ottimi messaggi ecologisti, per quanto emotività e meraviglia siano del tutto sbilanciate.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: ©2019 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.
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