Tempo scandito da previsioni, scadenze, attese. Tempo ammazzato dalla sua frammentazione programmatica. Tempo velocizzato dalla società dei consumi. Tempo perduto e svilito dalla superficialità dei rapporti. Il tempo di Seydou Tall (Omar Sy), protagonista di Il viaggio di Yao di Philippe Godeau, è quello di un attore occidentale di successo, cadenzato tra una vita sociale priva di comprensioni e la costruzione di un’identità fittizia ed edulcorata.

Seydou è un uomo conosciuto e apprezzato in Francia di origini algerine. È prossimo al divorzio ed il rapporto col figlio piccolo sembra sempre più sgretolarsi. Autore di un libro di fresca pubblicazione, viene invitato in terra natia per presentarlo. Una volta in Algeria, tra cerimonie borghesi e selfie, conosce Yao, un ragazzo di tredici anni con la passione per la letteratura che ha percorso più di 300 chilometri per incontrare il suo mito e farsi fare un autografo. L’attore, impressionato dalla sua grinta, decide di riaccompagnarlo al villaggio di provenienza, iniziando così un viaggio di scoperta in Africa e nella propria storia.

Fonte: puntoevirgolamediafarm.com

Il viaggio di Yao si configura così come un road movie che scavalca le posizioni tipicamente etnocentriche occidentali, ponendo l’Africa non più come territorio da guardare o accantonare con sguardo culturalmente superiore o distante, bensì come terra da cui farsi assorbire per pareggiare i conti con i fantasmi della propria esistenza. Si ribaltano allora i ruoli rappresentativi della fascinazione: non più il divo Seydou Tall diviene maestro e garante del desiderio, bensì il ragazzino Yao, che con la sua spontaneità e umanità inoltra l’attore nella cultura dei propri avi, in quell’Africa ancora magica e spirituale in cui riscoprire e riscoprirsi.

Se Easy Rider (1969) faceva del viaggio il ritorno alle origini libertarie e selvagge degli Stati Uniti, Godeau pure costruisce un road movie dove l’Africa diviene continente di dilatazione del tempo, dello sguardo e dell’autocoscienza, dove l’attore Omar Sy, anche lui algerino, attraverso il suo personaggio, può intraprendere un percorso di conoscenza, tra finzione e realtà.

Il viaggio di Yao è un film che mastica i codici e i ritmi della moderna commedia francese. Lo stile dunque non si adegua alle tematiche che vorrebbe trattare, ma le veicola secondo una forma adatta al grande pubblico. Non manca un certo etnocentrismo della messa in scena, il quale restituisce il paese straniero secondo alcuni stereotipi occidentali, senza scendere in profonde analisi. Ma non bisogna storcere troppo il naso: tutto sommato l’azione è guidata da Seydou, le cui ignoranze ci rispecchiano, e il cui cambio di rotta potrebbe insegnarci qualcosa.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Fonte delle immagini presenti nell’articolo: puntoevirgolamediafarm.com
© riproduzione riservata