“Ci scusiamo per l’interruzione. Noi siamo il Coro, e saremo la vostra guida per questa sera”.

La dichiarazione d’intenti con cui il misterioso leader di un’altrettanto misteriosa organizzazione autodenominatasi “Il Coro” si introduce al pubblico di un importante teatro di Atene non lascia spazio ad obiezioni. Ad essere interrotta è la rivisitazione in chiave postmoderna dell’Orestea, una celebre tragedia greca classica. Ma questo, a colui che prende improvvisamente in mano le redini del palcoscenico, non sembra interessare più di tanto. Ciò che interessa maggiormente al capo di questo sedicente Coro è piuttosto una ferrea volontà di mischiare le carte in tavola nel rapporto di comunicazione tra il palcoscenico e il suo pubblico.

E così, mentre gli attori veri restano inermi letteralmente ingabbiati sul palco ingoiando la loro penombra e costretti ad assistere ad un impensabile cambio della guardia registica, Il Coro fa salire sul palco dei volontari pescati tra il pubblico pagante. Una volta giunti sul palcoscenico li fa presentare uno ad uno, e, con un fare coercitivo non contraddetto da nessuno a causa della profonda ambiguità della situazione (e da una pistola che nella penombra si intravede appena), li rende i nuovi protagonisti dell’opera, impartendo loro con stessa enfasi tanto ordini di posa scenica quanto crudi dilemmi morali tratti dal testo della stessa Orestea, che arriveranno ben presto a trasformare le macerie dell’interrotta rappresentazione in un inedito ibrido tra realtà e rappresentazione, destinato ovviamente a deragliare in fretta.

Questa è, di fatto, la premessa di Interruption, primo lungometraggio del regista greco Yorgos Zois. In tour già da tre anni presso i più disparati festival cinematografici in giro per il mondo, tra cui spicca la partecipazione al Concorso Orizzonti del Festival di Venezia 2015, il film di Zois vede finalmente la luce delle sale italiane grazie all’impegno di Tycoon Distribution, che continua così il suo lavoro di valorizzazione di opere indipendenti di rilievo. In uscita il 24 aprile, Interruption è, nei fatti, un film che parte da uno scenario grottesco per instillare nei suoi spettatori dubbi e provocazioni che trovano forma precisa nella domanda “cosa saremmo disposti a fare se fosse un’autorità a dircelo?”. Una domanda che diventa ancora più estremizzata dalla natura ambigua del Coro, che, nell’ambiente teatrale in cui la rappresentazione della finzione diventa propellente per razionalizzare il reale, trova nei labili confini delle etichette un territorio di mezzo in cui permettere alla propria indefinibile missione di fluire con riuscitezza, tramite anche la ricettività appassita di un pubblico improvvisamente inconsapevole se ciò che stia vedendo corrisponda alla realtà o faccia parte anch’esso dello spettacolo.

Il Coro si rivela dunque il deus ex machina di quello che nei fatti si rivela essere un film puramente concettuale, in cui ogni personaggio trova il suo senso esclusivamente nel percorso filosofico che Interruption sceglie di intraprendere. Tra l’altro, i germogli di pura trama che Zois utilizza per consentire al suo messaggio di assumere una forma filmica ben definita si rivelano ispirati a piene mani da un episodio di cronaca realmente avvenuto il 23 ottobre 2002 al Teatro Dubrovka di Mosca, quando un gruppo armato di ceceni, nello svolgersi di un atto di matrice terroristica, prese in ostaggio 850 persone. All’inizio di quei concitati momenti gli spettatori presenti, colti alla sprovvista dal dipanarsi di quei drammatici momenti, pensarono che tali eventi fossero parte integrante dello spettacolo a cui stavano assistendo, e che tutto facesse parte di un’improbabile rottura della quarta parete, connotando quegli attimi altrimenti drammatici di connotati simili a quelli di un esperimento psico-cognitivo. È stato proprio il potenziale espressivo di una tale ambivalenza ad invogliare Zois a cimentarsi in una personale rilettura di quanto accaduto a Mosca, accentuandone fino all’esasperazione l’ambiguità, rendendola mezzo per una rappresentazione che, negli esiti, si rivela ricca fino all’orlo di un surrealismo che, pur in parte affascinando, finisce anche per inquinare i possibili intenti distopici dell’opera.

Interruption brama ambizione e compiacimento per tutti i suoi 110 minuti di lunghezza, aggrappandosi a sporadici momenti di piena riuscitezza per riempire il resto della narrazione con provocazioni visive e stilistiche che non sempre risultano giocare a favore della fruibilità del messaggio del regista. I lunghissimi silenzi inseriti nel contesto statico ed elefantiaco del teatro in cui tutta la vicenda si svolge ed interrotti da reazioni non sempre credibili da parte dei personaggi protagonisti non contribuiscono ad alimentare nello spettatore una riformulazione dei concetti che Zois intende trasmettere con la sua opera, ma servono piuttosto ad evidenziare i limiti oggettivi di una rappresentazione simile: tentare di innescare riflessioni nel proprio pubblico sulla relazione tra autorità e subalternità ed il sovvertimento di convenzioni prestabilite attraverso l’uso della dicotomia tra realtà e artefazione può rivelarsi un’operazione riuscita a metà se la stessa realtà è rappresentata in modo intangibile e artefatto. Il messaggio presente in Interruption, privato di agganci con quella stessa società che esso vorrebbe utilizzare come fondamenta della sua provocazione, si rivela quindi privo di quella solidità che possa permettergli il convogliamento nel reale di scenari e conseguenze altrimenti fini a loro stesse.

Nonostante durante la visione di Interruption non viva mai neppure per un secondo il dubbio di star vivendo a metà tra realtà e finzione come invece accade agli spettatori dell’Orestea, il lavoro di Yorgos Zois mostra un utilizzo del codice del lungometraggio che si rivela consapevole e personale. Zois decide di affrontare il rischio di dividere il suo pubblico non tradendo mai la propria ambizione ed il proprio linguaggio, arrivando a tracciarne la massima summa attraverso un finale che si snoda in una prolissa catarsi liberatoria. Una summa che si rivela dunque forse imperfetta e fin troppo carica di cerebrali sovrastrutture, ma che eppure consente al suo film di rimanere dotato di un distorto fascino nonché di un’apprezzabile coerenza interna, elementi comunque fautori di ottime sensazioni per i prossimi lavori dell’autore ateniese classe 1982, costituente l’ennesima ramificazione di quel nuovo cinema greco di cui abbiamo già parlato e che tanta speranza continua a dare ad un paese che continua, con sempre più convinzione dei propri mezzi, il suo processo di rinascita.

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