Il Joker prima di essere Joker è Arthur, un comico fallito con evidenti disturbi psichici, tra i quali un’incontrollata risata nevrotica. Di mestiere fa il Clown per feste e vive in un sudicio appartamento con la madre, della quale si prende cura. Intorno a lui, Gotham è in fermento; Thomas Wayne (padre del futuro Batman) si sta per candidare sindaco. Nel frattempo la tensione sociale è a livelli mai visti. Aizzato dai soprusi subiti, Arthur assume pian piano la forma del caos che vede attorno.

E proprio questo è il Joker secondo Todd Phillips: il prodotto della società in cui vive, malata e irrefrenabile, carica di crudeltà, che attende solo di trovare una valvola di sfogo. Ed è così che Gotham fa presa su una mente disturbata e provata dalla dura esperienza di vita. Arthur si aggira per la città come un novello Travis Bickle (Taxi Driver), nell’insignificanza che lo opprime, fino ad indurlo alla violenza. Non è un re del crimine, o un folle estraneo e incomprensibile, ma il malato del tempo moderno: Gotham come New York, Phoenix come De Niro, che per altro è presente nel film con un ruolo nevralgico per lo sviluppo di quello che sarà l’acerrimo nemico di Batman – e che ricorda quello in The King of Comedy, sempre di Scorsese.

Scena del film, Warner Bross ©

La depressione, l’incomprensione ed il fallimento personale sono, quindi, catalizzati in una risata: una risata che sembra quasi un pianto disperato, un grido d’aiuto che non viene recepito. Arthur, infatti, è malato, ma consapevole di esserlo. Al contrario, Gotham sembra infierire sempre più.

Il film ci accompagna nella mente di una persona sola, con un punto di vista che è quasi in prima persona, dove chi guarda è partecipe della progressiva alienazione. La regia attinge a piene mani da Scorsese, e si fonde incredibilmente con un montaggio serrato ed una sceneggiatura calibrata, finalizzate alla rappresentazione di una storia che rimane sempre sospesa, proprio come la risata del Joker, fra esperienza grottesca e drammatica.

Così, il viaggio nella mente di Arthur è metaforicamente rappresentato dalla lunga scala che precede la via dove il futuro Joker abita. Inizialmente è insormontabile, sembra quasi impossibile trascinarsi fino all’ultimo gradino: quando però si mollano i freni inibitori e ci si lascia andare alla violenza, si trova il proprio, deviato, posto nel mondo, e la scala è una discesa da affrontare ballando.

Scena del film, Warner Bross ©

Joaquin Pohenix è maestoso. La fisicità del personaggio è perfetta, curva e contorta, come l’anima che la abita. La risata, il marchio distintivo del personaggio, è disturbante per il disagio che emana (grazie anche al fantastico lavoro di doppiaggio di Andriano Giannini, che già aveva prestato la voce al Joker di Heath Ledger).

Il confronto con gli autorevoli precedenti è superato a pieni voti, anche perché quello di Pohenix è un Joker personalissimo e frutto di un’idea intima e autoriale del personaggio, fosse anche solo perché è la prima volta il Joker non divide la scena con altri, ma è l’unico protagonista del dramma.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊 /10

 

Immagini di copertina: Warner Bross ©
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