Sulla cresta dell’onda dei tanti biopic usciti negli ultimi tempi non poteva mancare di certo quello su una delle icone della Hollywood delle Major, dell’usignolo dalle uova d’oro Judy Garland.

Il film era uno dei più attesi della 14a Festa del Cinema di Roma e i rumors parlano di un possibile Oscar alla Zellweger, ma a noi non ha convinto per niente, tutt’altro. Prima di tutto: c’era davvero bisogno di un altro biopic? Sembra impossibile uscire dal loop delle biografie al cinema, ma se proprio non se ne può fare a meno che almeno siano film con uno spessore, che lascino qualcosa agli spettatori.

Non è questo il caso.

Adattamento cinematografico del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Judy affronta gli ultimi mesi di vita di Judy Garland, una delle più importanti artiste del secolo scorso nonché madre di Liza Minnelli: indimenticabile Dorothy ne Il mago di Oz e protagonista di È nata una stella (A star is born) – il cui remake del 2018 con Lady Gaga ha conquistato tutti. Ma lo fa con una sceneggiatura piatta che non riesce a entrare nella profondità di una vita costellata di eccessi e declini come quella della Garland, che non aggiunge nulla di interessante.

E dire che di spunti ce ne sarebbero stati tanti. Bambina prodigio dal viso dolce di Hollywood, Judy è un fiammifero che è bruciato troppo presto: i ritmi di lavoro massacranti che ha dovuto sopportare fin da giovanissima, dettati dalle esigenze delle case di produzione cinematografiche e in generale da un mondo, quello dello spettacolo, interessato solo a macinare soldi, l’hanno portata a una forte dipendenza da droghe e alcool che saranno la causa della sua morte prematura a soli 47 anni.

Tutto questo è affrontato nel film senza scavare mai realmente al di sotto di una superficie che rimane patinata e sembra quasi giustificare tutto con la passione di Judy per quel mondo che l’ha massacrata e sfruttata per i suoi interessi per poi relegarla in un angolo. Una passione che puzza di sindrome di Stoccolma.

La fotografia è assente nella quasi totalità del film e una regia altrettanto invisibile non consente a Renée Zellweger, sulla quale poggia l’intero film, di essere valorizzata a dovere nella sua interpretazione di una Garland in declino, sofferente, dipendente fisicamente e psicologicamente; le tante sfaccettature di una personalità così complessa non emergono davvero e non viene approfondita a dovere nemmeno l’infanzia dell’attrice, quell’infanzia che le ha permesso di arrivare sulla cima del mondo ma che l’ha fatta anche precipitare nel vortice di depressione dal quale non si è mai ripresa.

Molte imperfezioni e alcune scelte discutibili, ma soprattutto una scrittura piatta nella sua classicità, rendono Judy un film trascurabile, che si confonde nel marasma dei biopic senza lode né infamia.

Voto:🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini: David Hindley / LD Entertainment / Roadside Attractions
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