di Daria Falconi

La storia di The miseducation of Cameron Post inizia nel 2012. Questo è il nome del romanzo che la scrittrice americana Emily Danforth (classe 1980) pubblica come suo esordio.
Siamo nel 1984 e una giovane ragazza di dodici anni del Montana si trova ad affrontare una importante presa di coscienza: la sua sessualità. Vive da sola con gli zii perché i genitori sono morti in un incidente d’auto e nei pomeriggi ritagliati tra gli impegni scolastici, passa le ore a vedere film con la sua più cara amica. Con il suo primo amore. Quando però le due vengono sorprese insieme dalla zia, questa decide di mandarla in un centro di “conversione” per omosessuali.

Nel 2018 il romanzo diventa un film per la regia di Desiree Akhavan e la giovane Cam è interpretata dalla bellissima Chloë Moretz, divenuta famosa con Hugo Cabret (di Martin Scorsese, 2011) e reduce dal remake di Suspiria diretto da Luca Guadagnino e presentato all’ultimo Venezia.

La Akhavan era già nota per il successo delle sue due serie tv: Girls, per HBO (2012), conclusasi alla sua sesta stagione nel 2017, e The bisexual che, nata come trasposizione ironica delle situazioni di vita di una bisessuale (come lei si è dichiarata), è stata lanciata questo ottobre per Channel 4.
Quando è stato poi il momento di Cameron Post, non si è tirata indietro sia per la novità dell’argomento trattato, sia perché forse il cinema preserva ancora quella sacra intenzione di informare e sensibilizzare.
E con pellicole come queste, gli riesce bene.

Proprio per questo per iniziare a parlare di questo film è interessante partire dal titolo: La Diseducazione di Cameron Post. Quello che infatti la Danforth porta al centro del suo romanzo che ora possiamo vedere su schermo, è una strana storia di “diseducazione”. Non è l’intenzione di ri-educare, ma semplicemente di cancellare e riproporre una nuova modalità d’essere. E questo è forse uno dei tratti più interessanti di questa trasposizione. Quando Cam viene inviata al campo di conversione The God’s Promise (La promessa di Dio) sembra che il lavoro da fare sui ragazzi sia chiaro e preciso: capire cosa è andato storto nel loro passato e poi cominciare a educarli dal nuovo. Non appena gli adolescenti arrivano infatti, ad accoglierli sono i due superiori Reverendo Rick Marsh (John Gallagher Jr.), il primo gay convertito della comunità, e sua sorella, la dott.ssa Lydia Marsh (Jennifer Ehle). I due nelle sedute di terapia di gruppo invitano i ragazzi con un tiepido calore a raccontare la loro storia. E nel mentre questi, per rendere più chiare le basi d’indagine, devono compilare il grafico di un iceberg a partire dalle fondamenta sotto il livello del mare sin alla punta.

Si parla di mancanze affettive nell’infanzia, di legami troppo stretti con l’allenatore di calcio o di una zia troppo affettuosa o ancora di una precoce passione per il football o la danza.
A quanto pare ogni cosa può aver condizionato le “deboli” menti di quei giovani ragazzi ora persi e in cerca di una nuova direzione. Anzi, alla ricerca del loro nuovo sé “corretto”.

Un film difficile che avrebbe potuto percorrere vari sentieri già da altri trattati. E invece a partire dall’originale voce femminile che si pone come punto di vista per lo spettatore, mantiene una autenticità drammaturgica molto forte e comunicativa. Il dolore che deriva dall’evidente sensazione di non accettazione, di essere sbagliati e peggio ancora di doversi “correggere”, è racchiusa dalla Akhavan tutta negli occhi della sua protagonista che nello sforzo di immaginarsi a letto con un ragazzo, si sorprende più interessata a guardare fuori dalla finestra.
E continuando su tale scia non è mai esplicitamente violento né mai volgare e mostra a chi guarda solo il necessario, il necessario dell’umano. Perché il dolore si può raccontare per immagini senza doverlo rappresentare. Possono essere occhi tristi, sguardi rassegnati e gocce di sangue che cadono da un lavandino. Ma il vero centro di questa storia resta l’impossibilità di accettare il diverso passando per il tramite non semplice della Chiesa come “antagonista”.
Quella Chiesa degli anni ’80 che allora come oggi sembra porre più barriere che porte aperte con un’ostinata negazione dell’altro perché non “permesso” dal Signore. Usando parole che non sono mai state scritte.

La prova attoriale del resto del cast, sconosciuto alle masse, è un’aggiunta vincente per l’intento di non raccontare “personaggi” ma di portare sullo schermo una realtà necessaria. E con la sua naturalezza vola a vincere il Gran premio della giuria al Sundance Film Festival di quest’anno sfidando gli spettatori.
Come la scena finale che vede i tre protagonisti liberi finalmente di evadere sul retro di un camioncino a guardare il cielo; e dura oltre tre minuti. Quasi fastidiosa, quasi causa di disagio per gli spettatori, eppure, quasi, allo stesso tempo, liberatoria.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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