È indubbio che da parecchi anni a questa parte la politica abbia assunto nuove configurazioni, modificando i propri paradigmi comunicativi, organizzativi e strutturali. I rapporti e le interazioni tra istituzioni politiche, mass media e corpo elettorale sono andati sempre più modificandosi, facendosi condizionare dalla mediatizzazione e dalla spettacolarizzazione della scena pubblica, nonché dalla crescente importanza assunta dal linguaggio delle immagini, dalla pubblicità e dalle tecniche di marketing.

Uno scenario dunque che vede un legame più forte tra rappresentanza politica e sistema dell’informazione e dei media, e che come mostra bene il film The Front Runner – Il vizio del potere di Jason Reitman, viene a delinearsi prepotentemente già sul finire degli anni ’80.

Il film, tratto dal romanzo All the Truth Is Out scritto da Matt Bai, narra della vera storia del senatore del Colorado Gary Hart (Hugh Jackman), in corsa alle presidenziali negli Stati Uniti del 1988 per il Partito Democratico, che dovette dire addio alla propria carriera politica in seguito all’accusa, da parte del Miami Herald, di aver avuto una relazione extraconiugale con la modella Donna Rice Hughes.

Fonte: cinematografo.it

L’incipit rende già evidente il contesto sociale in cui si muove l’uomo politico: un piano sequenza che procede con disinvoltura tra piani ristretti e campi lunghi inquadra dapprima il furgoncino di una emittente tv, poi con un movimento di gru ci mostra la fiumana di giornalisti che brulica sotto il quartier generale di Gary Hart.

E se ciò accade nei pressi di un luogo simbolo delle campagne elettorali, lo spettatore non si stupirà nel vedere successivamente la stessa calca a pochi passi dalla casa della moglie di Hart, poco dopo lo scoppio dello scandalo. L’informatizzazione della società e la pervasività dei network televisivi hanno reso ormai sfumati i confini tra sfera pubblica e privata, conferendo alla vita dei personaggi famosi una spettacolarizzazione che deve adeguarsi al nuovo regime visivo e culturale dei cittadini.

È proprio l’esigenza di spettacolo che produce una personalizzazione della politica, dove il leader di un partito diviene volente o nolente immagine dei desideri di un popolo, attore costretto a costruirsi una personalità, un look, a vestire i panni dell’uomo semplice il cui mondo privato diviene tanto o più importante della sua dimensione ideologica, col rischio di affrontare la gogna mediatica di una eventuale deviazione dal buongusto.

Fonte: cinematographe.it

Questo lo staff di Gary Hart, capitanato da Bill Dixon (J.K. Simmons) lo sa bene: sono tante le scene in cui i suoi diversi componenti si preoccupano di elaborare strategie comunicative legate all’aspetto del leader. E lo sanno molto bene anche i giornali, i quali sono i veri protagonisti del cambiamento in atto, coloro che decretano come vincente la notiziabilità di un rapporto amoroso fuori le righe.

Jason Reitman non riesce a rimanere imparziale, e costruisce il suo Hart come un eroe idealista e progressista sconfitto dai nascenti e barbari fenomeni mediatici. È tuttavia questo schierarsi che rende il film troppo mirato e rassicurante, svilendo invece l’efficacia dei dubbi morali ed etici posti dal film.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10

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