Dopo un lungo periodo di riprese ed una travagliata post-produzione che ha eliminato il personaggio di Jessica Chastain per motivi narrativi – il primo edit durava 4 ore – Xavier Dolan è finalmente riuscito a confezionare The Life and Death of John F. Donovan – questo il titolo originale – per presentarlo al Toronto International Film Festival lo scorso 10 settembre 2018. Per la distribuzione cinematografica, inoltre, la data d’uscita è stata rinviata in più occasioni e, una volta in sala, il film si è rivelato un clamoroso insuccesso tra critica e pubblico: solo 2,6 milioni di incasso a fronte di un budget di 35 milioni. L’ultima fatica del talentuoso Dolan sembra essere il più grande passo falso della sua carriera, ma cerchiamo di analizzare pregi e difetti di quest’opera tormentata.

Fonte: “The Death and Life of John F. Donovan”, 2018, Lucky Red.

Rupert (Jacob Tremblay) ha solo undici anni quando inizia una corrispondenza con la star televisiva John F. Donovan (Kit Harington), di cui è un grandissimo fan. In questo modo, l’attore può raccontare delle proprie fragilità e dei problemi della sua vita opprimente, e così l’influenza nei confronti del bambino non è più quella di un semplice idolo, ma si avvicina, lettera dopo lettera, all’esempio di quel padre che Rupert non ha mai avuto.

Aggrappandosi alle immaginarie conseguenze di un evento autobiografico – da bambino Dolan scrisse a Leonardo DiCaprio senza mai ricevere risposta – il giovane autore canadese inscena un dramma incerto ed altalenante che si discosta dai binari del proprio cinema. Se con E’ solo la fine del mondo Dolan è riuscito a raccontare uno scrittore di successo grazie ai rapporti familiari, adesso il particolare si lega all’universale e la storia acquista un respiro più ampio. Il mondo dello spettacolo si presenta nei suoi difetti, ma la critica ai retroscena resta in superficie, perché i volti di tale rappresentazione sono solo delle presenze: i colleghi di Donovan non vengono mai approfonditi e personaggi potenzialmente interessanti come la manager Kathy Bates vengono ridotti ad una manciata di battute.

Natalie Portman in una scena del film. Fonte: “The Death and Life of John F. Donovan”, 2018, Lucky Red.

La contrapposizione tra lo sguardo di Rupert e quello di Donovan nei confronti della settima arte risulta però particolarmente riuscita: il cinema è prima visto come mezzo salvifico e magico – non a caso Donovan diventa celebre per un telefilm sui superpoteri – e poi quale generatore di illusioni e di apparenze. Il rapporto epistolare con la celebrità permette a Rupert di smascherare la vera natura del cinema e di far tornare uomo ciò che ha conosciuto come immagine. Al bambino viene così chiesto di maturare preventivamente: l’inconoscibilità di una star diventa l’incomprensione nei confronti della vita e della morte di tutti.

La fotografia di André Turpin – ormai fedele collega di Dolan – riesce a catturare i difficili rapporti tra tante individualità: i piani particolarmente ravvicinati sui volti e i dettagli che li accompagnano hanno il compito di separare i protagonisti dagli altri per raccontare uno scorcio di umanità che non riesce a rapportarsi con sé stessa. La breve profondità di campo accentua tale discorso e Turpin è bravissimo a seguire la polvere e le luci che sfiorano e colpiscono i soggetti, ma siamo lontani dalla genialità visionaria di Laurence Anyways o dalla potenza espressiva di Mommy.

L’ultima fatica di Dolan è un film sottotono per i suoi standard, un’opera che talvolta sfiora la stucchevolezza ma che trova riparo nelle valide intuizioni registiche di un autore che ha ancora tanto da raccontare. Stroncato dalla critica dopo la sua presentazione al Toronto International Film Festival e sopravvalutato da qualche fan del regista.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: © Lucky Red.
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