di Adriano Losacco

Primo autunno, Leningrado. Fine Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la disfatta dei tedeschi la città russa è piegata dal peso delle macerie e della ricostruzione che risulta essere inferiore a quello della devastazione fisica e psicologica che attanaglia non solo i soldati reduci di guerra, ma anche le donne.

Due ex compagne di artiglieria al fronte, Ija (Viktorija Mirošničenko) e Maša (Vasilisa Perelygina) cercano di mettere a tacere quei sussurri e quelle grida interiori che hanno reso sorda e decomposto la loro identità.

Ija la “spilungona”, da qui il titolo originale del film Dylda, viene congedata dal fronte per continuare a combattere attacchi respiratori post traumatici. Maša ne approfitta per affidarle il suo bambino Paška, ma al suo ritorno anche lei dovrà fare i conti con un passato dai segni indelebili e un presente luttuoso.

Due corpi diversi, ma accomunati da uno stesso senso di inadeguatezza fisica e sociale che funge da collante nel loro rapporto complesso, nonché moderno, di coppia. Quella tra le due protagoniste è una relazione tossica in cui amore e ossessione si confondono continuamente e in cui si insinua il ricatto e l’abuso di potere sull’altro fino alla nascita e alla morte come uniche possibilità di rinascita.

Il concetto di nascita si lega a quello di gravidanza e quindi di una maternità come metafora di una vita che incombe dentro di sé, una vita che possa colmare il vuoto dei corpi secchi e inariditi delle due donne pur di avere, come dice Maša, “qualcosa a cui aggrapparmi”.

Ne deriva un’oggettivazione della figura dell’uomo che, seppur strumentale e marginale, porta con sé il tema della morte sul campo da guerra e sul lettino d’infermeria sotto forma di mutilazioni e paralisi che sprigionano allo stesso modo un’inadeguatezza che può essere sconfitta solo attraverso la morte.

Tutti i corpi, maschili e femminili, hanno “fame e sete” di una nuova vita, di aria fresca e meno rigida, più autunnale che invernale. La rigidità non è solo quella stagionale, ma soprattutto quella dei sentimenti. A tal proposito lo sbalzo di temperatura ed emozioni dei personaggi viene messo in risalto dalla fotografia di Ksenija Sereda che ai freddi bianco e grigio degli esterni alterna i caldi giallo ocra e verde (speranza) degli interni. Questi sono avvalorati dall’ottima regia del giovane cineasta russo Kantemir Balagov che, al suo secondo lungometraggio, si appropria del mezzo cinematografico per raccontare e descrivere con maestria e sensibilità la profondità di “personaggi in gabbia” facendo leva sui loro corpi e lasciando che a parlare siano soprattutto le immagini.

Il film ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione Un Certain Regard alla scorsa edizione del festival di Cannes e il premio per la migliore attrice a entrambe le protagoniste al Torino film festival.
Con questo film, dal passato bellico e traumatico, passando per la complessità del presente Balagov guarda a un futuro solidale e compassionevole attraverso uno sguardo tanto intimo quanto originale, che merita di essere ricambiato da quello del pubblico.

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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