Si può definire una doppia sfida quella di James Mangold, quella di confrontarsi con un mondo delle corse automobilistiche a lui estranee, e con il Rush di Ron Howard con cui il paragone sarebbe arrivato inesorabile. Ma lui, il regista di quella piccola sorpresa che è stata Logan – The Wolverine, la sfida l’ha vinta, eccome, perché Le Mans ’66 – La grande sfida è un ottimo film che non ha niente da spartire con altre storie di corse e uomini.

Christian Bale e Matt Damon nei panni di Ken Miles e Carroll Shelby (Photo by Merrick Morton – © 20th Century Fox).

La linearità classica della sceneggiatura lascia spazio ad una regia capace di focalizzarsi sul volto, sugli occhi e i sentimenti dei protagonisti. L’uomo prima della macchina, lo spirito prima dell’accelerazione. Senza tale focalizzazione si sarebbe perso il motivo della fusione tra corpo organico e artificiale, della pelle sotto il metallo. E allora quella suggestiva scena iniziale con Matt Damon ci dice già tutto, della sfida prima con sé stessi che con l’asfalto; la gloria del podio passa così in secondo piano.

La storia segue la straordinaria storia vera del designer di automobili Carroll Shelby (Matt Damon) e del pilota britannico Ken Miles (Christian Bale), che insieme portarono alla costruzione della prima auto da corsa della Ford Motor Company con cui vinsero contro Enzo Ferrari la 24ore di Le Mans nel 1966.

Matt Damon nei panni di Carroll Shelby (Photo by Merrick Morton – © 20th Century Fox).

Il loro è un racconto di rivalsa sociale contro le corporation e la politica capitalistica della grossa industria, fatta di numeri e non di persone. È la classica storia di Davide contro Golia, dove però la morale americana del singolo lascia spazio all’unione e all’amore. La loro è una battaglia contro i limiti della fisica e soprattutto con loro stessi. Damon e Bale si sono dimostrati i volti giusti per la storia di Mangold e non ci fanno rimpiangere per un solo momento Tom Cruise e Brad Pitt, scelti inizialmente per la parte.

Damon riesce a catturare tutta l’anima texana di Shelby, e del suo rapporto d’amicizia con Miles, di cui Bale riesce a carpire tutta la follia, la forza, il coraggio e la passione. Ed è proprio l’amicizia, ad un livello più profondo, a legare personaggi e film. È l’olio che fa muovere il motore e gli ingranaggi. Caitriona Balfe, che interpreta la moglie di Miles, invece, non si configura soltanto come “la grande donna dietro il grande uomo”, ma come reale compagna di viaggio del marito. In termini stucchevoli, la sua metà.

Christian Bale è Ken Miles in una scena del film (Photo by Merrick Morton – © 20th Century Fox)

Per fortuna Le Mans ’66 non è solo melodramma, e James Mangold getta molliche di tensione per quasi metà del film fino ad arrivare a quaranta minuti di pura corsa automobilistica. Aspetto non da poco, perché come affermato dal regista stesso, non si può raccontare la 24ore in dieci minuti, e ha ragione. La macchina da presa ci porta dentro la pista, dentro l’auto e infine dentro il cuore dei personaggi con una regia, un montaggio e una fotografia dal forte impatto visivo quanto emotivo.

Le auto si scontrano, prendono fuoco e si ribaltano; è l’immortale sfida con la morte. La tensione è pura, reale, ci dimentichiamo che è una storia vera di cui potremmo intuire benissimo la fine, ma il nostro corpo reagisce in modo inconscio. Arriviamo fino alla fine con il fiato sospeso, ad un bellissimo finale che funge da chiusura ciclica del racconto, a quella domanda iniziale “chi sono io?”.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: Photo by Merrick Morton – © 20th Century Fox
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