di Adriano Losacco

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di quest’anno si è aperta con l’anteprima del film Le verità del regista giapponese Hirozaku Kore’eda, vincitore nel 2018 della Palma d’oro a Cannes con il suo Un affare di famiglia. Sebbene i due film differiscano per stile e ambientazione narrativa, sono accomunati dal tema dei rapporti famigliari molto caro al regista e file rouge del suo cinema insieme al tema dell’elaborazione del lutto e della memoria.

Le verità si apre con l’intervista di un giornalista all’attrice monumentale del cinema francese Fabienne (Catherine Deneuve), cinica e imperturbabile, in occasione della pubblicazione della sua autobiografia che dà il titolo al film. Per festeggiare l’evento l’attrice riceve la visita di sua figlia Lumir (Juliette Binoche), sceneggiatrice, di ritorno a Parigi da New York con la sua famiglia.

Ma le non verità descritte da Fabienne nel suo libro saranno motivo di scontro con Lumir in memoria dei conti in sospeso del passato, dei fantasmi che le tengono in gabbia impedendo loro di trasformare quel solito scontro in un incontro.

In realtà, come la maggior parte del cinema del regista insegna, è nello stesso scontro famigliare, in questo caso quello madre-figlia, che prende forma l’incontro attraverso la conoscenza di se stessi e la rivalutazione dell’altro, ma anche attraverso la memoria, quei ricordi che, appartenendo all’infanzia e all’adolescenza, spesso sono vaghi e non affidabili. “Mai fidarsi della memoria” dice Fabienne, poiché il passato influenza il presente, spesso cambiando le carte del vero con quelle del falso e viceversa.

Il rapporto tra finzione e realtà così si estende per tutto il film che diventa un esempio di meta-cinema rivolto soprattutto alla figura dell’attore e della recitazione che non si limita solo all’imitazione, ma anche alla personalità e all’esperienza di vita dell’attore. Il set cinematografico rappresenta il trampolino di lancio verso la comprensione, la conoscenza reciproca tra le due donne mentre la madre recita e la figlia osserva. Fabienne infatti sta girando un film di fantascienza dal titolo Ricordi di mia madre in cui interpreta la figlia anziana di una madre giovane che ha vissuto nello spazio atemporale del cosmo.

Fabienne deve fare i conti non solo con il passare degli anni visibili sulla sua pelle, ma anche con il suo passato di figlia e sfrutta le sue emozioni, vere e autentiche, per costruire la vita del suo personaggio che, seppur di finzione, lascia trapelare quella verità che permette a Lumir di scoprire sua madre mettendone in discussione l’anaffettività che dava per scontata. Così come sua madre anche Lumir fa appiglio alle sue emozioni di figlia incompresa e trascurata per scrivere una storia. La vita stessa non è altro che un insieme di eventi che vengono vissuti e che, col passare del tempo, vengono messi insieme come i tasselli di una storia da raccontare a se stessi e agli altri.

L’intimità del rapporto madre-figlia viene evocato delicatamente dalle due attrici francesi in uno spazio teatrale chiuso, quello degli interni della loro casa o del set che fungono da prigioni di corpi che convivendo lasciano sprigionare le emozioni e i sentimenti spesso repressi. Il tutto è messo in risalto dalla regia e sceneggiatura di Hirokazu Kore’eda che si avvale dei toni ironici a tratti taglienti della commedia brillante e nostalgica senza porre un punto, ma lasciando allo spettatore la possibilità di riflettere per trovare la risposta alla domanda: “Ma è la verità?”.

La verità però non è una sola e soprattutto non per forza bisogna dare a ogni domanda una risposta. L’importante è continuare a cercarla.

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊, 5/10

 

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