Lo avevamo già inserito nella nostra selezione dei film più attesi dell’estate cinematografica italiana, ed ora Lucky è finalmente arrivato nelle nostre sale: opera prima di John Carroll Lynch, il quale, dopo una carriera attoriale spesa in ruoli perlopiù secondari, seppur diretto da registi spesso di prim’ordine (Scorsese e Fincher, per citarne solo due), ha deciso di barcamenarsi nella direzione di quello che si è rivelato essere a tutti gli effetti il film-testamento di Harry Dean Stanton.

L’anziano attore, protagonista indiscusso della pellicola e celebre per i suoi ruoli da caratterista interpretati per gran parte della sua lunga carriera, ha trovato in Lucky il perfetto commiato tanto alla sua professione quanto alla sua stessa vita, considerandone la morte avvenuta appena sei mesi dopo la presentazione del lungometraggio al South by Southwest Film Festival. Un accadimento drammatico, quello della scomparsa di Stanton, riuscito però a divenire formidabile catalizzatore di vita attraverso il messaggio presente in Lucky, in quella che che si è rivelata essere una delle dimostrazioni più toccanti della potenza dell’arte cinematografica da molto tempo a questa parte.

Lucky, interpretato da Harry Dean Stanton. Fonte: Sentieriselvaggi.it

Lucky è un film talmente semplice nelle sue premesse che al di sotto del flebile intreccio ne si riesce a scorgere chiaramente ogni intento sotteso, intravedendone pure quello scheletro di rilassata consapevolezza capace, nonostante la sua intrinseca leggerezza, di sorreggere l’intera opera: nient’altro che uno spaccato di vita dell’anziano Lucky, reduce di guerra e uomo solitario (solitario, non solo, come lui stesso ci tiene a rimarcare ad un certo punto), la cui fredda razionalità che da sempre ha accompagnato i suoi giorni è costretta d’improvviso a dover fronteggiare l’avvicinarsi inesorabile del vuoto più grande con cui chiunque prima o poi dovrà fare i conti: la morte.

Uomo “sorprendetemente in salute per la sua età” nonostante il brutto vizio del fumo (che ormai però interrompere potrebbe risultare paradossalmente controproducente), la sana e robusta costituzione di Lucky riesce a mettere in difficoltà perfino il suo medico curante, incapace di fornirgli un consiglio più utile del generico “riguardarsi” per giustificare una caduta casalinga capace di far preoccupare perfino l’anziano e inscalfibile reduce. Preoccuparlo fino a far scattare in lui l’inizio delle paure per il sopraggiungere di quel qualcosa che non si potrà procrastinare ancora troppo a lungo.

David Lynch (a sinistra) e Harry Dean Stanton. I due hanno lavorato spesso insieme, ad esempio in “Twin Peaks”. Fonte: Movieplayer

Una versione angosciosa ed in chiave filmica del “ricordati che devi morire”, dunque? Tutt’altro: Stanton, all’interno del film di Lynch (a proposito, nessun rapporto di parentela col più ben noto regista, che ha comunque voluto essere presente nell’opera con un gustoso e non superfluo cameo), affronta il ruolo con la naturalezza di chi non lo sta recitando, bensì vivendo in tutte le sue sfumature: d’altronde, l’attore americano ha sempre fatto in modo, nell’arco della sua carriera, di seguire il consiglio datogli dal suo grande amico Jack Nicholson nel 1964, prima di iniziare a girare Le colline blu:

“Fai recitare i tuoi costumi, il tuo travestimento. Tu limitati ad essere semplicemente te stesso”.

E Stanton, in Lucky, fronteggia con una sottesa quanto potente malinconia il suo costume più potente: il suo stesso corpo, nella sua decandenza e nelle sue pieghe senili, con le quali l’attore di Irvine si interfaccia eliminando qualsiasi filtro interpretativo, producendo come risultato una caratterizzazione del personaggio reale più che realistica. Una realtà, quella scandagliata in Lucky, che non ha bisogno di essere interfecciata tramite delle domande su ciò che avverrà: l’ateismo di Lucky trascende l’ambito religioso, rivelandosi come vero e proprio modo di intendere lo svilupparsi di ogni cosa. Un ateismo che si mischia e si unisce al testardo raziocinio di una persona nata quadrata e resa ancora più spigolosa da un’anzianità capace di eliminare qualsiasi residuo di domanda e di fede per lasciare soltanto le risposte. Risposte dolorose, che introducono il vuoto, la fine di tutto.

fonte: filmstarts.de

Uno scenario troppo duro da accettare anche per una persona con la corazza dura come Lucky, che nel bellissimo e quantomai calzante scenario dell’entroterra americano cerca e trova la propria catarsi continuando non a porsi domande su cosa sarà, ma cambiando piuttosto la prospettiva in cui guardare al proprio presente, trovando risposte nuove al dilemma di cosa significhi vivere l’attuale nel momento in cui la parola “futuro” inizia a perdere sempre più rapidamente il proprio senso. Una marcia verso una consapevolezza di cui non vi sveliamo il punto di arrivo (ma che siamo certi vi strapperà lo stesso sorriso che ha strappato a noi), ma che non sarebbe stata possibile senza quel rapporto distaccato e al contempo vitale con i suoi amici del bar e con la cassiera messicana del suo supermarket di fiducia: incapaci sì di mutare tutte le scorze del brusco carattere di Lucky, ma capaci d’altronde di saper tendere una mano e semplicemente esserci, riducendo ai minimi termini il significato della parola affetto.

fonte: leonardmaltin.com

Lucky è il degno commiato di Harry Dean Stanton alla vita e a chi resta, raggiunto attraverso un film che lascia uno strano sorriso di conforto sui volti degli spettatori e che funziona proprio grazie agli stessi elementi per cui potrà essere criticato: la sua schematica semplicità, la diluizione degli eventi nell’arco dei neppure novanta minuti di pellicola, la mancanza di elementi filmici definibili di pura ambizione e spettacolarità (come se, tra l’altro, ricercare una cosa banale come il senso della vita non possa essere classificato tra questi). Il celebre critico cinematografico Roger Ebert ebbe a dire di Stanton: “nessun film con lui presente potrà mai essere un fiasco”. Sarebbe felice di constatare che anche stavolta avrebbe avuto ragione.

 

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