“Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire e soffrire è soffrire.”

Quando un film colpisce così tanto nel profondo non è facile trovare le parole per parlarne, né per descrivere ciò che ci ha trasmesso. Meglio affidarsi, allora, a chi quelle parole le ha già trovate. In questo caso, per parlare di Marriage Story –  Storia di un matrimonio, il nuovo film di Noah Baumbach, il monologo della Sonja di Diane Keaton in Amore e Guerra (Woody Allen) sembra perfetto.

Nicole (Scarlett Johansson), Charlie (Adam Driver) e Henry (Azhy Robertson) in una scena del film. © Netflix

Charlie e Nicole sono sposati da dieci anni, hanno un figlio di otto, Henry (Azhy Robertson), e semplicemente non si ritrovano più. Lui è un talentuoso regista teatrale d’avanguardia, lei da starlette del cinema è diventata la sua musa, ma ora cerca di affermare se stessa.

In fondo non è veramente importante chi sono, potrebbe essere chiunque, potremmo essere noi. La storia che Baumbach ci mostra è universale, talmente vera, reale, tangibile, da far male. È la storia di un amore potente e improvviso, totale – sarà Nicole a dire “mi sono innamorata di lui due secondi dopo averlo conosciuto” – che si consuma in un matrimonio apparentemente felice, fino a non ritrovarsi più. Il perfetto incipit del film ci fa capire proprio questo, in un modo tanto delicato quanto devastante: l’amore c’è, non è sparito, non si è dissolto; è stato sepolto sotto le macerie di un matrimonio che appiattisce entrambi, ma soprattutto lei.

Nicole (Scarlett Johansson), Charlie (Adam Driver) e Henry (Azhy Robertson) in una scena del film. © Netflix

Attraverso le due lettere – il cui contenuto conosceremo solo noi spettatori – che Charlie e Nicole si scrivono ma non si consegnano, Baumbach ci regala una struggente dichiarazione d’amore in un rapporto che è giunto al capolinea. Da quel momento assistiamo al disfarsi della coppia, al loro ingresso nel turbinio di recriminazioni, imposizioni, pretese. Nicole accetta un lavoro e da New York ritorna alla sua Los Angeles, portandosi dietro il figlio e andando a vivere dalla madre che adora Charlie. Charlie, dal canto suo non capisce fino in fondo il peso di questo gesto. “Mi sento come in un sogno” dirà leggendo la parola divorzio.

Dal cambiamento senza traumi e senza drammi, inizialmente voluto da entrambi, si passa così alla macabra danza degli avvocati, convincenti avvoltoi disposti a tutto – molto più dei loro assistiti – pur di raggiungere lo scopo. Una carismatica Laura Dern (incredibile qui, come altrove) e lo squalo Ray Liotta gestiscono, di fatto, la conclusione di un amore, la fine di un matrimonio, di una famiglia. Charlie e Nicole si ritrovano invischiati in questo gioco delle parti che poco li rappresenta ma dal quale non riescono a tirarsi fuori, sono costretti ad affrontarsi ma non sanno bene come fare e, come spesso accade, mantenere il punto diventa l’unica cosa importante.

Henry (Azhy Robertson) e Charlie (Adam Driver). © Netflix

Kramer contro Kramer ci aveva mostrato la lotta all’ultimo sangue per l’affido e l’amore di un figlio. Marriage Story, che del capolavoro con Maryl Streep e Dustin Hoffman ne è l’evoluzione più intimistica e attuale, ci ripropone quell’uragano emotivo nell’infinità di sfaccettature di un sentimento tanto forte quanto ingestibile come l’amore.

La camera di Baumbach segue uno sbalorditivo Adam Driver, mai così bravo, e Scarlett Johansson (che tolti i panni della Vedova Nera torna a essere la magnifica interprete che avevamo conosciuto in film come Lost in Traslation) in un climax crescente di pathos, stringendosi in primissimi piani, soffocanti quanto l’emozione che trasmettono, allargandosi infine per includerci nell’esplosione definitiva, perfetta nel suo essere devastante.

Marriage Story è un film che ci colpisce nel profondo. Che ci conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che l’amore non va dato per scontato, che si può perdere, trasformarsi, persistere anche se doloroso. Un film che parla dell’incomunicabilità di due persone e lo fa attraverso dialoghi carichi di emozioni, dove i silenzi e gli sguardi si inseriscono come macigni, lasciandoci senza fiato.

Immagini: ©Netflix
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