di Adriano Losacco

Martin Eden, romanzo scritto dall’autore americano Jack London nel 1909, dà il nome al suo protagonista, un giovane marinaio che lotta ardentemente per diventare uno scrittore ispirato dal fascino mentale oltre che fisico che una giovane ragazza dell’alta borghesia, della quale si innamora, esercita su di lui.
Nell’omonimo film il regista campano Pietro Marcello rispetta la trama originale facendo però “emigrare” i personaggi dalla California alla Campania, sullo sfondo di una Napoli che, nonostante sembri abbracciare gran parte del Novecento, risulta essere fuori dal tempo. A tal proposito non possono non essere menzionate le magnifiche e funzionali immagini di repertorio che rappresentano la cifra stilistica documentaristica del regista con l’intento di contestualizzare storicamente la narrazione, ma anche di evocare l’immaginazione, i ricordi e i pensieri di un flusso di coscienza che spazia tra il passato e il futuro del protagonista, pronto a imbarcarsi alla volta di un viaggio di formazione e trasformazione.

Il viaggio comincia quando, dopo aver protetto un giovane borghese da un’aggressione, Martin, interpretato da Luca Marinelli, viene invitato a pranzo a casa sua in segno di riconoscenza. Qui il protagonista conosce Elena i cui modi affabili ed eleganti che sprigionano erudizione, lo spingono pian piano a sostituire la certezza non appagante del suo lavoro di marinaio con il sogno di un lavoro incerto come quello culturale di scrittore, soprattutto in un contesto socialmente povero come il suo. La “bella e perduta” Elena, i cui primi piani spesso sono di matrice bergmaniana, diventa non solo l’oggetto del suo desiderio d’amore, ma anche della volontà di elevarsi al suo stesso status, in un quadro storico-sociale capitalistico, dalla forte eco pasoliniana, in cui il padrone esercita il potere sul servo.

Pertanto gli studi assidui in materia lo portano a convincersi che il capitalismo sia il frutto di un’evoluzione naturale e che il socialismo, nonostante nasca da un’evoluzione giustamente morale, non sia in grado di spodestare la “naturalità” del capitalismo attraverso la sua valenza collettiva, ma al limite tramite quella individuale.
Martin infatti, così come premonizzato dal suo amico nonché mentore Russ Brissenden, si immerge nell’ “abisso” dell’individualismo per mezzo della scrittura e, una volta entrato a far parte di quel mondo altolocato al quale aveva aspirato per tanto tempo, ne constata l’incessante e dilaniante ipocrisia.

Luca Marinelli è strepitoso nel cogliere ed esprimere la vulnerabilità del personaggio e i suoi tanti primi e primissimi piani concedono spassionatamente allo spettatore di empatizzare con il suo romanticismo, ma anche con la sua rabbia, felicità, determinazione, sofferenza, malinconia in un magnetismo che cattura e coinvolge dalla prima all’ultima inquadratura attraverso l’artistica messa a punto del regista.

Pietro Marcello crea un film-arte, un esempio di metacinema, di cinema che parla di cinema, di cinema che parla di arte e si fa pittura come suggerito dai molteplici tableaux vivants intinti in acquerelli e colori pastello. Cinema che parla di cultura e la promuove insieme alla poesia e alla filosofia nate come forma di emancipazione dell’uomo dal lavoro manuale consueto alla società in cui vivevano e in cui, purtroppo, viviamo tuttora dove bisogna ancora convincersi che l’istruzione sia l’arma più rivoluzionaria del mondo.

 

Voto 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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