Erano gli anni ’90, quelli di X-Files e dei grandi blockbuster Sci-fi. Una decade prolifica, per il genere, che ha formato una generazione intera; Per noi italiani, quella cresciuta con la programmazione di Italia 1. Il primo Men in Black, con Will Smith e Tommy Lee Jones, era figlio del suo tempo: alieni, cospirazioni e loschi agenti governativi. Il film si distinse per la sua marcata irriverenza, una comicità ben riuscita e per farsi beffe del genere e della cultura pop di quegli anni. La chimica e la popolarità dei due attori protagonisti fu un ulteriore carta vincente per la riuscita in sala.

Tessa Thompson e Chris Hemsworth nei panni degli agenti M e H (Photo by Giles Keyte – © 2018 CTMG, Inc. All Rights Reserved.)

I film successivi non hanno portato a casa lo stesso gradimento di pubblico, e soprattutto critica. Ma si sa, i sequel sono sempre un azzardo. Venendo ai giorni nostri, fatti di reboot, remake e live action era facile aspettarsi un rifacimento degli uomini in nero. Il problema di Men in Black: International sta proprio qui, alla fonte. Era necessario riportare sul grande schermo un film così ben incasellato nel suo tempo? No. La riprogrammazione di una storia, il più delle volte, è una scelta puramente commerciale camuffata da intenti di integrazione e politically correct. Perché fare qualcosa di nuovo quando hai il format di successo già pronto?

Infatti la storia, molto semplice, vede protagonista Molly aka Agente M (Tessa Thompson) entrare nelle fila dei Men in Black e, insieme al leggendario Agente H (Chris Hemsworth), scovare una talpa all’interno dell’organizzazione mentre la minaccia di una guerra intergalattica si fa vicina.

Questo sequel diretto da F. Gary Gray (Straight Outta Compton, Fast & Furious 8) risente, oltre che dello spostamento generazionale, di una sceneggiatura piatta e prevedibile. È un blockbuster preconfezionato, visto e stravisto. Neanche l’energica e stupenda coppia formata da Hemsworth e Thompson, già collaudata in Thor: Ragnarok, riesce a risollevare una storia facilmente dimenticabile. Ed è proprio a Thor, che il film, strizza maggiormente l’occhio, con citazioni forzate e autoreferenziali.

Tessa Thompson e Liam Neeson in una scena del film (Photo by Giles Keyte – © 2018 CTMG, Inc. All Rights Reserved.)

Rimarcando il ruolo femminile dell’Agente M, la sceneggiatura riprende a pieno una scena del film di Taika Waititi: laddove nel film della Marvel Thor rimarcava l’importanza di un corpo scelto di sole donne, qui Hemsworth modifica il nome dell’agenzia in “Men in Women in black” con il pollice alzato, esattamente come in Ragnarok. Un modo, questo, per proteggersi da possibili critiche, un contentino raffazzonato per dire “abbiamo dato forma ad un personaggio femminile”. Insomma, un lavoro alla sceneggiatori di Boris.

Oltretutto, nessun filo conduttore, salvo qualche citazione, collega il film alla trilogia madre. Un po’ come un figlio che nasconde le proprie origini per non fare i conti (e soprattutto paragoni) con un’ingombrante e famoso genitore.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: Photo by Giles Keyte – © 2018 CTMG, Inc. All Rights Reserved.
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