La Francia del 1650 è devastata dalle guerre di religione e gli Ugonotti cadono come mosche sotto le grinfie del perfido Cardinale Mazzarino (Alessandro Haber). La regina d’Austria (Margherita Buy), reggente al trono al posto del figlio Luigi IVX, è preoccupata e richiama i suoi fedeli moschettieri per un’ultima missione.

Così si apre Moschettieri del Re, il nuovo film di Giovanni Veronesi distribuito da Vision Distribution: con una Margherita Buy imbellettata e alticcia che rimbrotta la sua ancella (Matilde Gioli) durante il lungo viaggio alla ricerca di D’Artagnan (Pierfrancesco Favino).

Matilde Gioli e Pierfrancesco Favino

Peccato che siano passati 30 anni dalla sua ultima missione e che sia lui che i suoi compagni d’armi abbiano abbandonato il moschetto per ben altri impieghi. C’è chi, come Athos (Rocco Papaleo), è un libertino “ambidestro” rovinato dalle mogli e dalla sifilide; chi invece si è dovuto rifugiare in monastero per fuggire ai creditori, facendo sua una presunta vocazione come Aramis (Sergio Rubini) e chi affoga le sue pene nel laudano fatto in casa (Porthos/Valerio Mastandrea). D’Artagnan stesso fa il maialaro, non disdegna le donne e non riesce a liberarsi dell’odore della “leggenda”.

Una cosa però la condividono: gli acciacchi dell’età.

Quella che dovrebbe essere una storia di cappa e spada, di avventura e combattimento, lascia quasi subito posto alla goliardia disincantata dello sgangherato gruppo di amici che, tra prese in giro e riflessioni semi-serie, sembrano riuscire ad alleviare le pene di una vita ai margini.

Pierfrancesco Favino, Sergio Rubini e Rocco Papaleo. Fonte: comingsoon.it

La trama diventa presto un mero canovaccio, gli altri personaggi sono secondari e i luoghi stessi perdono d’importanza ricordando “suppergiù” la Frittole di Non ci resta che piangere (anche se l’ambientazione è lucana). Sotto il riflettore di un palco altrimenti buio (eccezion fatta per il credibilissimo Alessandro Haber) ci sono loro: i moschettieri. Pierfrancesco Favino è il grande mattatore che fa da collante alla strampalata armata di “reduci” e, con il suo gramelot che mischia francese e italiano, regge la scena in maniera impeccabile con tempi comici degni dei più grandi interpreti della commedia all’italiana.

Forti della loro complicità – davanti alla macchina da presa come nella vita – Rubini, Papaleo e Mastandrea si accodano, sovrapponendo se stessi al personaggio: mettendo le proprie specificità al servizio di una commedia che non ha la presunzione di essere nient’altro che se stessa, riescono carismaticamente a sopperire alla frenesia di un montaggio frettoloso – che rende le battaglie nient’altro che ammucchiate – e a un finale forse fin troppo smielato.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

© riproduzione riservata