La famiglia Kim vive sotto il livello della strada in un appartamento minuscolo e sporco, ma quando Min (Park Seo-joon) offre al figlio adolescente (Choi Woo-sik) la possibilità di tenere delle ripetizioni di inglese ad una ragazza ricca, la famiglia escogita un piano per sfruttare al meglio l’occasione. I Park sono ricchi quanto ingenui e si lasciano ingannare dalla catena di raccomandazioni escogitata dai Kim, così che tutti i loro lavoratori possano essere sostituiti dalla famiglia al completo. Il piano sembra perfetto, ma i segreti della grande opera architettonica in cui si sono infiltrati sono destinati a sconvolgere qualsiasi equilibrio.

Bong Joon-ho torna in patria, ritrova il suo attore-feticcio Song Kang-ho e firma quello che, ad oggi, è senz’altro il suo capolavoro.

Parasite è il ritratto feroce di una disperata lotta di classe, un discorso nazionale che assume da subito valore universale. La società genera parassiti: i più poveri sono costretti a vivere come scarafaggi che si nutrono delle briciole cadute alla borghesia, ma pronti a scappare vigliaccamente per nascondersi ai loro occhi. E anche quando il proletariato crede di servirsi dei borghesi, in realtà è sempre la borghesia che si sta servendo dei proletari. Bong ce lo illustra grazie ad una narrazione perfetta, una struttura a matrioska che rivela sempre qualcosa di nuovo e sconvolgente. Quando la trama sembra appropriarsi di una forma, ecco che Bong stravolge tutto, rendendo di fatto impossibile prevedere le sorti dei protagonisti. I colpi di scena si susseguono in un racconto energico che dosa alla perfezione le sue inclinazioni: opera d’essai e prodotto di intrattenimento, film drammatico e film di genere, Parasite è tutto quello che vorremmo vedere al cinema.

Fonte: “Parasite”, 2019, Academy Two.

La regia in apparenza semplice, ma incredibilmente puntuale, guida la macchina da presa attraverso i vuoti eleganti di casa Park. I movimenti sinuosi della camera descrivono in piani sequenza un ambiente ricco di segreti, proprio come le persone che vi abitano: per la famiglia Park è necessario licenziare i collaboratori con discrezione, lasciando da parte i veri motivi delle dimissioni, solo per mantenere pulita la propria immagine. Ma Bong ci porta presto al di là di questa immagine per scoprire il loro lato più dannatamente (dis)umano, con la sessualità perversa, i sentimenti dichiarati ma poco sentiti (“Sì, chiamiamolo amore…”) e i discorsi sulla puzza dei poveri. La miseria altrui si insinua nei sensi dei Park per mezzo di visioni paranormali e odori sgradevoli che mutano immediatamente in traumi infantili e in un disgusto irrefrenabile. Ma se per questa famiglia di ricchi la povertà è al più qualcosa di spaventoso che non li ha mai toccati, per i Kim è una realtà tangibile e soffocante.

Fonte: “Parasite”, 2019, Academy Two.

La pietra ornamentale che ricevono in dono è un regalo di poco conto, ma che assume per loro un valore significativo e, per il personaggio di Choi Woo-sik, addirittura metaforico. Secondo il ragazzo, la pietra continua a seguirlo, a cercare il suo corpo: il peso di vivere non lo abbandona mai, e tutte le speranze che il ragazzo ripone nell’esistenza della sua famiglia sono destinate alla delusione. Il pessimismo travolgente di Parasite culmina in un ultimo sguardo in macchina che spezza il cuore, chiusura perfetta al racconto di una società che annega. E in questa guerra tra morti di fame, in questa lotta per la sopravvivenza della propria famiglia, in questo disperato urlo d’aiuto, la Corea del Sud non è mai apparsa così vicina. Quella di Bong è una commedia nerissima che lascerà il segno nella storia del cinema, un’opera unica sulle conseguenze del capitalismo. Meritatissima la Palma d’oro al Festival di Cannes e scelto dalla Corea del Sud per rappresentare il paese ai prossimi Oscar.

VOTO: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini: © Academy Two.
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