di Carolina Arena

Un teatro buio, colpito solo dalla luce di uno spotlight; una terra sconfinata; una scala mobile; un prato spoglio; una piscina; la periferia di una città. Luoghi che conosciamo e con cui ci misuriamo tutti i giorni. Penseremmo mai che potrebbero rinascere a vita nuova, respirare ad un ritmo diverso, trasformarsi in esseri animati, dunque parte di un movimento più grande? Probabilmente no.

Il nostro contatto con ciò che è “fuori” di noi si esaurisce la maggior parte delle volte in una partecipazione passiva in cui a vivere, al massimo, sono le parole che pronunciamo – a posteriori – su quell’esperienza

L’operazione sovversiva comincia, allora, nel momento in cui lasciamo che le presenze – o meglio, le energie – insite in quei Luoghi abbiano la meglio e saltino verso la “nostra” dimensione. E quando succede a cosa servono le parole? Qualunque tentativo di creare un discorso o una spiegazione attorno ad un fenomeno puro come il dispiegarsi di una forza vitale sarebbe insufficiente, se non vano.

“Pina”, documentario di Wim Wenders su Pina Bausch. Credits: BIM Distribuzione

Sostenitore di questa posizione, il grande Wim Wenders, tra i principali esponenti del Nuovo Cinema Tedesco nella Germania degli anni ‘70, compone le sue opere assecondando la spinta primordiale poi definita istinto visivo. Lo dimostrano le sue pellicole più famose – tra cui Il cielo sopra Berlino, Paris, Texas e Lisbon Story. In esse, ogni volta in modo nuovo, la sensazione è quella di trovarsi in un luogo (o non luogo?) potenzialmente sconfinato, messo in moto da un’entità metafisica.

Per farlo, al regista basta semplicemente andare oltre la sua esperienza delle cose e abbandonare ogni sovrastruttura razionale. Riprendendo le sue parole durante un’intervista:

“quel senso di  forma e struttura non è mai così acuto e incisivo come quando sono completamente travolto e quasi dimentico me stesso”

Pina Bausch

Pina Bausch

L’elemento del travolgente permette una (se non lo sapessimo, diremmo curiosa) associazione tra la sua personalità e quella della ballerina e coreografa tedesca Pina Bausch. Con lei, il regista inizia a lavorare ad un documentario, Pina, che si prefigge l’inedito obiettivo di portare il teatrodanza sul grande schermo – poi diventato un tributo alla Bausch, dopo la sua morte.

Uscito nel 2011, presentato fuori concorso al Festival di Berlino nello stesso anno e candidato agli Oscar come Miglior documentario nel 2012, oggi il film torna disponibile in streaming. Il programma virtuale di MYMOVIESLIVE, infatti, prevede la “proiezione” di Pina nella sala web della piattaforma alle 20.30, preceduta da un interessante dibattito tra esperti di cinema e dell’universo coreutico.

Pina Bausch

“Pina”, documentario di Wim Wenders su Pina Bausch. Credits: BIM Distribuzione

Parlando di danza, la considerazione che viene da fare, a questo punto, è relativa alla specificità del genere del film. La straordinarietà di un’opera d’arte, in casi come questo, si misura nella capacità di coinvolgere un pubblico vasto, vario e disomogeneo nonostante la sua appartenenza a una categoria piuttosto ristretta. Perché succede? Perché quello di cui Pina parla non è solo danza: è un documentario sull’energia, sulla volontà, sulla forza fisica e spirituale che ognuno ha dentro di sé. Sulla vita (e la vitalità) contrapposte all’idea della morte. Al punto che il progetto non si ferma neanche con la morte della Bausch, durante il periodo delle riprese.

Non un film che parte dalla parola, piuttosto dalle forme in movimento. È la fisicità dei danzatori (tutti allievi di Pina Bausch) a dirigere la scena – in perfetta armonia con la visione di Wenders. Non un film sulla danza, non la danza in un film: Pina è la danza e il film, un’esperienza sensoriale a tutto tondo completamente nuova e coinvolgente.

Questo aspetto permette che non si avverta mai il peso dell’assenza di parole. Al contrario: il documentario include – alternate alle scene di danza – interviste ai ballerini… che però parlano col corpo. I sottotitoli che ne traducono le considerazioni non sembrano neanche più in contrasto con il silenzio sui loro volti. Volti che, strizzando l’occhio alla regista belga Agnès Varda, diventano paesaggi. Alla stregua dei marciapiedi, dei palchi, delle città (l’ambientazione principale è Wuppertal, città sede della compagnia della coreografa tedesca) di Pina e viceversa. Tutti gli elementi del film sono allora attori che portano in scena la forza dello spazio e del tempo.

“Pina”, documentario di Wim Wenders su Pina Bausch. Credits: BIM Distribuzione

A parlare di due dei geni più travolgenti del secolo scorso – Wenders per il cinema e la Bausch per la danza – altrettante menti creative nella “tavola rotonda” virtuale di stasera.

Prima della visione del film in streaming, infatti, avrà luogo un dibattito guidato da Gaia Clotilde Chernetich, autrice e drammaturga per la danza, nonché curatrice di numerosi progetti legati al mondo dell’intrattenimento dal vivo. Ospiti Monique Veaute (presidente della fondazione Romaeuropa, tra i promotori della proiezione), Francesca Pennini (coreografa e performer di spicco nel panorama italiano attuale) e Marzia Gandolfi (critica cinematografica).

Un evento digitale affascinante e ambizioso da non perdere, neanche da chi non è propriamente un insider del settore. Un film come Pina non può che sorprendere. Con le parole della stessa Bausch, durante un’intervista per il New York Times:


“I don’t know where the beginning or the end is […] You have to digest. I don’t know what will come out”

Basta lasciarsi andare.

Immagini: © BIM Distribuzione

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