Nel 2000 la vita di un’innocua pensionata viene interrotta dalla visita degli agenti dell’MI5, che la arrestano con l’accusa di spionaggio e alto tradimento nei confronti della Corona. Durante l’interrogatorio la donna si mette a nudo, raccontando cosa la portò a lavorare per quarant’anni con il KGB russo.

Diretta da Trevor Nunn, con un’interpretazione ammirevole, Judi Dench riesce a sorreggere il film, divenendo il deus ex machina della narrazione. Le sue parole scandiscono il tempo e ne determinano i salti nel passato, all’età in cui (nel 1938) studiò in un istituto di ricerca e da cui, per amore, tutto ebbe inizio.

La pellicola gioca su due frangenti contrapposti: la nazionalità, il patriottismo e l’amore verso il prossimo. La protagonista deve decidere di quale peso farsi carico e quale abbandonare tra le pressioni della Seconda Guerra Mondiale e del clima autodistruttivo con l’URSS. Proprio su questo livello si pone l’interrogativo morale del film, tra la fedeltà o la salvezza di tutti, e una donna ormai anziana dovrà pagare le conseguenze della sua scelta.

L’universo narrativo del film ci attira a sé e crea molti interrogativi, ma la sceneggiatura non riesce a sfruttare a pieno il potenziale creativo che avrebbe a disposizione. Ciò viene maggiormente accentuato dalle scelte registiche dal taglio descrittivo, le quali non intervengono nel corso dell’opera ma ne vogliono solo raccontare la realtà e le sue emozioni.

Protagonista e portatrice della storia, Judi Dench mette in mostra un’interpretazione catartica e combatte con tutta se stessa contro un binomio dialettico, un’opposizione esistenziale che tocca la mente dello spettatore e ne condivide il coraggio e la speranza.

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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