Alle fine XVIII secolo, su un isolotto della Bretagna giunge Marianne (Noemie Merlant), una giovane e talentuosa pittrice ingaggiata per un ritratto. Il soggetto da ritrarre è Heloise (Adele Haenel), una donna che ha lasciato il convento per sposare l’uomo che è stato scelto per lei.
Heloise, però, si rifiuta di posare per coloro che vogliono ritrarla, opponendosi fermamente al destino che le è stato imposto dalla famiglia, in particolare, dalla madre (Valeria Golino) che ne commissiona i ritratti da destinare al futuro marito. Per poterla ritrarre, Marianne si fingerà la sua dama di compagnia, cercando di carpirne la fisionomia, i gesti, le espressioni da imprigionare, poi, in una tela.
Tra le due donne, tuttavia, nascerà un amore autentico e inaspettato.

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Sebbene catalogato da alcuni come un dramma in costume, Ritratto di una giovane in fiamme è, in realtà, molto di più, segnando un abissale confine con le pellicole dello stesso genere, con le solite e noiosissime trasposizioni dei romanzi della Austen.
Nessun frivolo pettegolezzo e vociare di storie senza spessore.

Ogni fotogramma di questo film è impregnato di significato, nascosto tra lunghi silenzi: i dialoghi sono ridotti al minimo; si parla solo quando è strettamente necessario. Lunghi silenzi che, tuttavia, mai pesano sul ritmo della narrazione, impregnata com’è dell’intensità degli sguardi.
Come Marianne, lo spettatore è portato ad indagare la figura tormentata di Heloise, a studiarla, nei gesti, nelle espressioni, nelle parole non dette (che gridano un fortissimo desiderio di libertà) e, al contempo, ad essere studiati dalla stessa Heloise che, dal canto suo, prova a scavare in quella di Marianne, carpendone i segreti e i tormenti.

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Un film costruito sullo sguardo, reciproco, profondo, che tocca il suo apice nella rivisitazione e interpretazione del mito di Orfeo ed Euridice che, dello sguardo, ne fa la sua tragedia.
Mito richiamato costantemente in scena, come l’immagine di Heloise che, con il suo vestito in fiamme, invita Marianne (e lo spettatore) a guardarla nell’oscurità, rendendola libera dalle sue paure, proprio come la sua interpretazione di Euridice, che invita Orfeo a guardarla, per renderla libera dalla maledizione di dimenticare il suo volto.

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La tragedia dello sguardo tornerà ancora e ancora, fino all’ultimo fotogramma che, come il resto della pellicola, richiama la bellezza di un dipinto di altri tempi, realizzato con la delicatezza di una mano femminile, proprio come sembra essere stato realizzato questo film.
Gli uomini, difatti, non sono necessari in questa storia, marginali, superflui: l’intensità del racconto e del suo dipinto è e doveva essere tutta femminile, emblema della scoperta di una sessualità che non ha bisogno di uomini che, di contro, ne controllano le volontà.

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Candidato ai Golden Globe 2020 come Miglior film straniero, premiato al Festival di Cannes con la Queer Palm e agli European Film Awards per la miglior sceneggiatura, Ritratto della giovane in fiamme riesce ad essere un film impareggiabile, poetico, intenso ed equilibrato che chiude meravigliosamente questo 2019.

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