di  Matteo Paloni

Dopo averci trascinati nello spazio e in futuri distopici il regista di Gravity e Children of Men ci lascia sbirciare nei suoi ricordi d’infanzia, luoghi mentali grandi come la Città del Messico degli anni ’70.

La giovane domestica Cleo è alle dipendenze di una famiglia alto borghese. Cura amorevolmente i figli e gli animali dei suoi padroni, nel poco tempo libero esce in centro con l’amica e collega Adela. La breve relazione con il suo fidanzato, l’appassionato di arti marziali Firmìn, si interrompe quando questo scopre della gravidanza di lei. Contemporaneamente, la domina Teresa sta attraversando un periodo di crisi con l’irrequieto Dr. Antonio, suo marito, che culmina con la fuga da parte di questo. Nel giro di poco tempo entrambe le donne, diverse per età e ceto, si trovano ad affrontare l’abbandono.

(Fonte: Ciak Magazine)

Il regista messicano dedica simbolicamente il film alla tata che lo ha cresciuto, Cleo appunto, regalando all’insegnante adattata ad attrice Yalitza Aparicio un personaggio dolce e renitente, portato sullo schermo con una spontaneità invidiabile. Cleo porta avanti la sua vita da ragazza in dolce attesa senza un uomo accanto, ma non rinunciando a usare tenerezza per i figli che di fatto cresce sostituendosi alla figura genitoriale assente già da prima della separazione. Il dramma borghese della padrona di casa è stemperato dalle piccole e grandi mancanze di premure che Teresa riserva alla sua giovanissima domestica visibilmente in dolce attesa. Pur stabilendo un’alleanza con lei e pagandole le visite mediche non le risparmia le incombenze più faticose, a discapito della sua gravidanza. Cuaròn vuole forse raccontare così l’inconciliabilità tra le classi sociali, una chiusura mentale che non può portare oltre un’empatia di maniera.

I temi famigliari e sociali si accompagnano ad una tematica politica narrata con sottigliezza e classe. In uno dei momenti più mistici e suggestivi della pellicola, Cuaròn decide di mostrarci l’ingerenza americana negli affari messicani in una scena emblematica in cui si vede il corpo para-militare di praticanti di arti marziali, di cui fa parte anche il fuggiasco Firmìn, che si allena sotto le direttive di un istruttore yankee.

Da un punto di vista stilistico, impossibile non fare riferimenti al lungo piano sequenza – marchio di fabbrica del regista – girato tra le corsie dell’ospedale nel momento più memorabile di tutti i 135 minuti di narrazione, che raggiunge la vetta più alta di drammaticità e umanità di tutto il film.

Cuaròn ha difeso la sua scelta di far produrre e distribuire Roma dalla piattaforma Netflix. Nessun altro avrebbe mai investito tanto in un film straniero, parlato in spagnolo e senza colori. Grazie a Netflix  il vincitore del Leone D’Oro e di due Golden Globes (miglior regista e miglior film straniero) è transitato in molti più salotti (a fronte di 50 sale italiane in cui è stato distribuito) di quanti ne avrebbe ottenuti con metodi tradizionali. Va detto però che con gli impianti home video più modesti il maestoso b/n senza grana utilizzato risulta depotenziato, lasciandoci la bellezza di immagini ridotte in dimensioni e profondità. Disinnescando il suo impatto visivo, la pellicola è di indubbia bellezza e interesse, ma ci accompagna fino alla sua conclusione lasciandoci bocconcini di grandezza in una zuppa piuttosto tiepida.

Voto 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10